Caos Grecia, Samaras getta la spugna. Ora tocca a Tsipras

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Fallito il primo tentativo di formare un governo di unità nazionale. Il capo del partito di maggioranza relativa, il conservatore Nea Demokratia, non trova appoggio. Per legge, l'incarico passa al leader della sinistra radicale

Ha incassato troppi no e ha gettato la spugna: Antonis Samaras, leader del partito di maggioranza relativa in Grecia, il conservatore Nea Demokratia, ha abbandonato l'incarico di formare un governo di coalizione. Le sue rapide consultazioni con tutti i partiti possibili partner gli sono fruttate diversi rifiuti - da Syriza e da Sinistra democratica - e un 'vediamo' da parte del Pasok, il partito socialista, l'unico davvero disposto a un governo di unità nazionale pro-austerità e pro-Euro. "Abbiamo fatto il possibile. Non siamo riusciti a formare una coalizione", ha detto annunciando la sua rinuncia.

Ora tocca a Alexis Tsipras - Adesso, per legge, l'incarico passa al leader del secondo partito, Alexis Tsipras (Syriza), che martedì 8 maggio ha ricevuto l'incarico ufficiale dal presidente della Repubblica Karolos Papoulias e avrà tre giorni per completare le consultazioni. Tsipras ha detto di voler mettere insieme le forze della sinistra, ma la sua impresa appare ardua almeno quanto lo era quella di Samaras.

Caos post elezioni - Dopo il voto che ha sconvolto il panorama politico di questa nazione, l'incertezza domina sempre più ad Atene, al bivio tra un governo di unità nazionale e nuove elezioni, entro fine giugno. Samaras, con gli occhi dell'intera Europa puntati su Atene e sul destino del patto di austerità (il 'memorandum') concordato tra Grecia e creditori internazionali, ha provato per mezza giornata a trovare sostegno.
Le due forze pro-austerità, ND e Pasok, a scrutinio finito, hanno 149 seggi su 300: una qualsiasi coalizione con la forza di governare avrebbe necessitato di altri deputati a sostegno.

Consultazioni, maggioranza di no a Samaras - Ecco quindi che il presidente di ND ha iniziato proprio con Tsipras, leader del secondo partito ellenico per voti: 20 minuti sono bastati a quest'ultimo per "escludere" la possibilità di entrare a far parte di un governo di unità nazionale insieme a Nea Demokratia. "Le nostre idee e quelle di ND sono agli antipodi", ha affermato. Syriza ha ottenuto il 16,78% dei voti e 52 seggi. "Non ci può essere governo di salvezza nazionale con coloro che hanno firmato il Memorandum... la maggioranza dei greci lo ha respinto". Il giovane leader ha detto che Syriza "cercherà un accordo con le altre forze della sinistra".
Evangelos Venizelos (Pasok) ha invece aperto a ND, affermando di voler sostenere un governo di unità nazionale anche senza avere ministri, basta che il programma sia quello di tenere la Grecia in Europa e nell'eurozona.
La destra di Greci Indipendenti (10,60%, 33 seggi) non ha voluto neanche incontrare Samaras, così come i comunisti del Kke.
Gli estremisti di destra di Alba Dorata (6,97%, 21 seggi) non sono neanche stati invitati.  All'incontro è invece andato Fotis Kouvelis, leader di Sinistra democratica (6,11%, 19 seggi) che però ha respinto l'offerta del presidente di ND, sottolineando che non cambia la sua posizione: sì alla Grecia nell'eurozona, ma necessità di rinegoziare il memorandum. E proprio questo è stato il 'no' forse decisivo per Samaras: tutti i commentatori dicevano che sarebbe stato proprio Kouvelis a subire le maggiori pressioni per entrare al governo. Questi ha detto che vuole vedere il programma di Tsipras.

I greci non sono preoccupati - E i greci? Il sentimento dominante è la soddisfazione, più che la preoccupazione per la governabilità: in molti si felicitano che, finalmente, uno schiaffo sia stato dato al sistema partitico e di potere che ha portato la Grecia al punto dove è ora, con Nd e Pasok stracciati alle urne. "Per una volta - dice un'analista della banca di Grecia, che non vuole essere nominata - abbiamo detto non vogliamo più votarvi perché non c'è alternativa, e abbiamo detto cosa pensiamo di loro. E se non si forma il governo? Pazienza, non è un dramma e si rivoterà a fine giugno. In quel caso, sono certa, il voto sarà più 'conservatore'".
Il voto di protesta e la sconfitta dell'establishment non cancellano certo la drammatica crisi, né la necessità di aiuti dall'estero. Ma oggi tutti sembrano dire: ci pensiamo da domani.

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