L'Argentina nazionalizza il petrolio. Scontro con la Spagna

La presidente argentina Cristina Kercher
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Dopo l'ondata di privatizzazioni degli anni Novanta il governo di Buenos Aires si riappropria dei settori chiave dell'economia. Il gigante energetico spagnolo Repsol costretto a cedere il suo ramo sudamericano Ypf

di Emiliano Guanella

E dopo il petrolio che verrà? Non si sono ancora spenti a Buenos Aires i fumi dello scontro per la decisione presa dalla presidente Cristina Kirchner di rinazionalizzare l’impresa energetica YPF, controllata fino ad oggi dal colosso iberico Repsol, che già ci si interroga su chi saranno le prossime imprese a finire nell’orbita dello Stato. Per Repsol (che ha visto il proprio titolo crollare alle borse di New York e Madrid), si tratta di un colpo durissimo. La metà delle riserve petrolifere e della produzione della compagnia proviene dai giacimenti argentini, acquisiti all’epoca delle privatizzazioni selvagge degli anni Novanta decise dall’allora presidente Carlos Menem. La parola d’ordine, allora, era svendere; per far fronte ad una grave crisi economica tutte le imprese di servizi pubblici, acqua, gas, luce, telefono vennero messe all’asta e comprate da gruppi stranieri desiderosi di espandersi oltreconfine. In questa ondata venne incluso anche il petrolio e l’Argentina diventata così uno dei pochi paesi produttori al mondo a cedere il controllo sulla strategica risorsa naturale.

Da qualche anno, però, la musica è cambiata. Dapprima Nestor Kirchner, poi sua moglie ed “erede” Cristina Fernandez hanno optato per una linea nazionalista, con uno Stato più forte, che interviene su più fronti sull’economia. Due anni fa hanno acquisito mediante un decreto quello che restava della compagnia di bandiera Aerolineas Argentinas, fusa prima con Iberia e poi finita in mano al gruppo spagnolo Marsans.”Recuperar lo nuestro”, lo slogan usato per altri casi di esproprio o nazionalizzazione di imprese minori finite sotto l’orbita dello Stato. Da tempo gli occhi erano puntati su Ypf-Repsol, gigante energetico con licenza per perforare un centinaio di pozzi petroliferi in Patagonia e nelle provincie della Cordigliera andina. Secondo il governo di Cristin Kirchner la compagnia non ha fatto altro che svuotare questi pozzi, senza investire sufficientemente nella ricerca di nuovi giacimenti né nella modernizzazioni degli impianti esistenti. Ha, in sostanza, spremuto al massimo le risorse del sottosuolo, al punto che nel 2011 l’Argentina ha dovuto importare gas e carburante per la cifra record di nove miliardi di dollari, uno scenario che ha fatto spaventare l’esecutivo, considerando che il paese sta vivendo un momento di crescita economica che richiede un sempre maggiore consumo di energia.

Con il progetto di legge mandato in Parlamento, la cui approvazione è scontata data l’amplia maggioranza che appoggia il governo, il 51% delle azioni di Ypf passa direttamente nelle mani dello Stato, mentre il restante 49% verrà amministrato da un fondo misto composto dagli azionisti privati argentini e dai governatori delle provincie dove operano gli impianti petroliferi. “La nostra – ha spiegato Cristina Kirchner – è una decisione legittima e necessaria per salvaguardare le risorse del nostro Paese, dimostreremo al mondo che sapremo amministrare al meglio la nuova compagnia”. Immediata la reazione spagnola. Il governo del premier Mariano Rajoy ha condannato duramente la decisione definendola illegittima, arbitraria e che danneggia “le relazioni amichevoli fra i due paesi”. (qui la dichiarazione del ministero spagnolo). Ma aldilà del destino, ormai segnato, di Ypf sono molti a preoccuparsi. La domanda è una sola; chi sarà il prossimo?

I capitali spagnoli sono in prima linea. Il settore bancario ha ridotto dopo la crisi del 2001 la sua esposizione, oggi il Banco Santander e il BBVA hanno meno del 5% del proprio capitale investito nelle filiali argentine. Discorso diverso per la compagnia elettrica Edesur, controllata dalla spagnola Endesa e a sua volta dall’Enel e da Telefonica, che ha in Argentina 23 milioni di clienti per un fatturato chiuso nel 2011 con un’utile di quattro miliardi di dollari. Telefonica ha dovuto nel corso degli ultimi anni negoziare gli aumenti di tariffa con il governo, così come lo ha fatto Telecom Argentina, controllata in parte da Telecom Italia. Il governo ha “invitato” la filiale argentina dell’impresa guidata da Franco Bernabè a sospendere la liquidazione dei suoi proventi del 2011 (385 miliardi dollari) per evitare che il flusso di capitali potesse aumentare la corsa verso la valuta statunitense, un vero spauracchio nella politica monetaria dell’esecutivo. Nei prossimi giorni arriverà a Buenos Aires una missione speciale dell’Unione Europea per trattare il caso Ypf: è probabile che si occuperà anche delle altre imprese importanti che operano attualmente nel paese. L’incertezza, off the record, esiste. L’economia argentina continua a crescere a ritmi sostenuti, grazie soprattutto alle royalties che il governo riscuote sulle grandi esportazioni agricole, soia in testa, vendute sui mercati cinesi, ma l’esigenza di cassa da parte di uno Stato con forti connotazioni assistenzialistiche (un argentino su quattro oggi riceve un sussidio pubblico) e l’aumento costante di indebitamento e spesa pubblica è tale da far pensare che l’ondata di nazionalizzazioni potrà continuare nei prossimi mesi. Dopo Ypf, a Buenos Aires ci si interroga su quale sarà la prossima battaglia.

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