L'Italia è responsabile della morte di 63 migranti

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Secondo quanto denunciato a Bruxelles dal Consiglio d'Europa, il nostro Paese avrebbe dovuto coordinare i soccorsi per salvare gli immigrati a bordo di un barcone alla deriva al largo della Libia. La tragedia dell'11 marzo 2011, "poteva essere evitata"

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La morte per fame e sete di 63 migranti al largo della Libia in un barcone alla deriva diventato la loro tomba, ha molti colpevoli, ma l'Italia è un po' più colpevole di altri. E' quanto stabilito Consiglio d'Europa che, nel rapporto presentato a Bruxelles il 29 marzo, accusa: "Come primo Stato ad aver ricevuto la chiamata di aiuto e sapendo che la Libia non poteva ottemperare ai propri obblighi, l'Italia avrebbe dovuto assumere la responsabilità del coordinamento delle operazioni di soccorso".
Per quella tragedia - avvenuta a fine marzo 2011, in pieno conflitto libico - "siamo di fronte ad un catalogo di fallimenti e responsabilità collettive", ha denunciato la relatrice, l'olandese Tineke Strink, ricostruendo l'agonia del 'vascello lasciato morire' da navi e elicotteri sotto comando Nato e di singoli paesi, tra cui Francia, Italia, Spagna e Cipro.

La tragedia in mare dell'11marzo 2011 - L'odissea comincia a Tripoli, dove 72 migranti sub-sahariani (tra cui 20 donne e due bebè) vengono costretti ad imbarcarsi dalle milizie di Gheddafi con contrabbandieri che presto si appropriano del cibo e dell'acqua a bordo. Dopo sole 18 ore di navigazione, il barcone va alla deriva. L'allarme viene dato dal 'capitano' che con un telefono satellitare chiama un prete eritreo che vive in Italia. Il messaggio è raccolto dal Centro italiano di coordinamento del salvataggio marittimo che per almeno dieci giorni lo rimanda in onda, avvisando le navi e gli aerei che stanno perlustrando quella zona di mare, interessata al momento dalla missione Unified protector, sotto comando Nato. " Nonostante la zona si trovasse sotto alta sorveglianza militare, nulla è successo", ha denunciato la Strink. "L'ipotesi più probabile è che tutti sapessero e che tutti abbiano voltato gli occhi da un'altra parte per non doversi accollare la responsabilità di dare un rifugio ai migranti". Di certo - è la tesi del Consiglio d'Europa - sapeva la Nato, così come la nave italiana Borsini che si trovava a 37 miglia dal barcone e la nave spagnola Mendez Nunez che era ancora più vicina, a sole 11 miglia. Entrambe provviste di elicottero. E sapeva l'elicottero dell'esercito francese che per primo si è avvicinato ai disperati del Mediterraneo lanciando loro biscotti e acqua, insieme alla promessa non mantenuta che sarebbe ritornato.

Il Consiglio d'Europa accusa l'Italia - Il Consiglio d'Europa - che discuterà il rapporto nella sua assemblea il 24 aprile prossimo - vuole giustizia. In particolare, sollecita la Nato a condurre un'indagine a tutto campo e a dare le risposte che ancora mancano per spiegare questo film dell'orrore. "Le loro navi potevano salvare queste persone e non l'hanno fatto: dobbiamo ancora capire perche"', ha detto Judith Suderland, di Human right watch. A muoversi sarà anche la giustizia ordinaria: l'avvocato Stefane Maugendre ha annunciato che a nome di organizzazioni non governative presenterà a Parigi una denuncia contro l'esercito francese a nome dei nove sopravvissuti. Il primo risultato dell'inchiesta lo sottolinea già Laura Boldrini, portavoce dell'Alto commissario per i rifugiati (Unhcr) secondo cui il Consiglio d'Europa ha ristabilito "il principio del salvataggio in mare", importante per "evitare che il Mediterraneo si trasformi nella terra di nessuno, dove vige l'impunità".
"Serve ricordare, infatti - dice - che l'anno scorso, in un momento in cui il Mediterraneo era pieno di unit… navali militari e commerciali, almeno 1.500 persone di varie nazionalità sono partite in Libia in fuga dalla guerra e non sono mai arrivate in Italia".

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