Libia, un anno fa partiva Odissea all'Alba

Proteste di alcuni cittadini libici contro la richiesta di maggiore autonomia della Cirenaica - Foto: Getty
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Il 19 marzo del 2011 iniziavano le operazioni militari della coalizione dei volenterosi contro il regime di Gheddafi. Oggi il paese è tutt'altro che pacificato e continuano le violazioni dei diritti umani. Intanto ricominciano gli sbarchi a Lampedusa

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di David Saltuari

Il 19 marzo del 2011, alle ore 17.45, partiva la missione Odissea all'Alba, l'insieme di operazioni della cosiddetta Coalizione dei volenterosi contro il regime di Muammar Gheddafi. A un anno di distanza da quella data (e a cinque mesi dalla morte del Rais, ucciso dai ribelli mentre si nascondeva in un condotto per l'acqua), nel mar Mediterraneo tornano i gommoni dei disperati (sabato sono sbarcate a Lampedusa quasi 300 persone), la Libia è tutt'altro che pacificata e le violazioni dei diritti umani. come testimoniano diverse organizzazioni umanitarie, sembrano continuare come prima.

Lampedusa si prepara a nuovi arrivi - "E' difficile prevedere se e in che quantità possano riprendere i flussi migratori, ma bisogna senz'altro essere preparati ad accogliere i potenziali nuovi arrivi" spiega a Sky.it Laurens Jolles, delegato UNHCR (l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati) per il Sud Europa. L'anno scorso, in sei mesi, arrivarono sull'isola siciliana oltre 50mila migranti, causando un'emergenza umanitaria. Ed è anche per questo che, ai primi di marzo, a Lampedusa sono arrivati i ministri dell'Interno, Annamaria Cancellieri e dell'Integrazione, Andrea Riccardi. Una visita istituzionale, certo, ma finalizzata a evidenziare la necessità di rendere nuovamente operative le strutture di accoglienza sull'isola. "Da parte nostra abbiamo già espresso parere favorevole alla riabilitazione del centro di accoglienza e al ritiro dell'ordinanza del settembre 2011 che dichiarava Lampedusa porto non sicuro" continua il responsabile delle Nazioni Unite. Una situazione delicata, anche perché l'Italia è un'osservata speciale per quanto riguarda l'accoglienza dei migranti: lo scorso febbraio la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato Roma per i respingimenti fatti nel 2009.

Continua la violazione dei diritti umani - A spingere molti sui barconi è anche la situazione tutt'altro che pacifica sulla coste libiche. In un suo recente rapporto Amnesty International denuncia infatti le pesanti violazioni dei diritti umani a cui sono sottoposti migranti e rifugiati. Tra gennaio e febbraio una delegazione dell'associazione che si batte per i diritti umani ha visitato 11 strutture detentive in diverse zone del paese. E come si legge nel rapporto "in 10 di questi centri, i detenuti hanno denunciato di essere stati torturati e hanno mostrato ad Amnesty International le ferite riportate.". Sempre secondo Amnesty da settembre 2011 almeno 12 persone sarebbero morte in questi centri. Testimonianze confermate anche da altre organizzazioni come Human Rights Watch, che raccontano di ulteriori violazioni e abusi da parte delle milizie.
Nelle conclusioni del suo rapporto l'organizzazione per i diritti umani invita quindi  le autorità libiche a "mettere sotto controllo le numerose milizie che al momento gestiscono l'ordine pubblico e riorganizzare il sistema giudiziario". "In un periodo di transizione - conclude Amnesty - è imperativo che le autorità dimostrino fermamente il loro impegno a voltare pagina a decenni di violazioni dei diritti umani".

In Libia la situazione politica è molto fluida - Il problema è però capire se le autorità libiche abbiano l'autorità necessaria per impors.  "La situazione nel paese nordafricano è molto fluida - spiega infatti a Sky.it Giabriele Iacovino studioso, esperto di geopolitica del Nord Africa del Centro studi internazionali - Al momento non è ancora chiaro chi comanda veramente nel Paese. Il Cnt (il consiglio nazionale di transizione, ndr) non è riuscito a formare una propria autorità". Ogni tribù e clan controlla e gestisce il proprio territorio, spesso con modi brutali e in una sempre più pressante incertezza istituzionale. Il 6 marzo, per esempio, a Bengasi, la zona più ricca di petrolio, è stato fondato, nonostante le proteste da Tripoli, il Consiglio provvisorio per la Cirenaica. A capo è stato messo Ahmed al-Senussi, pronipote re Idris, ed è stato votato un documento che chiede più autonomia per la regione orientale del paese. Un anno fa la rivolta era partita proprio dalla Cirenaica, coinvolgendo via via sempre più tribù del paese. "Il problema - spiega Iacovino - è che neanche durante la guerra tutte queste milizie sono riuscite a riunirsi sotto un comando unico. Ognuno combatteva per il proprio territorio. E ora nessuno vuole fare un passo indietro".
"Parlare di secessione è prematuro" spiega Iacovino, che prevede un percorso che porti a una Libia sempre più federale. Certo è che "finché non si trova una soluzione, una spartizione di potere tra i vari gruppi, il Cnt mancherà di autorità".

Tripoli e divisa: l'aeroporto in mano Zintan, il resto della città ad altri - Una situazione di stallo che rischia di rallentare la normale azione di governo. Spiega tra le altre cose Laurens Jolles come all'Unchr (che ora ha uffici a Tripoli e Bengasi), che Tripoli è in forte ritardo sulla firma alla Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. Decisioni che faticano a venire prese in un organismo, il Cnt, impegnato a risolvere innanzitutto le proprie divisioni interne. "La stessa Tripoli - spiega Iacovino - è divisa: la zona dell'aeroporto è controllata dalle milizie dello Zentan, mentre il resto della città è sotto il controllo di altre forze". Una situazione che inevitabilmente rafforza le spaccature storiche del Paese.

Gli ex fedeli di Gheddafi difendono il proprio territorio - Una partita a parte la giocano i gruppi di ispirazione islamica e le tribù rimaste fedeli a Gheddafi. A differenza di altre realtà nell'Africa settentrionale, in Libia i gruppi islamici sembrano rimanere ancora marginali. "Durante la guerra civile c'erano alcune milizie filo-islamiche, finanziate soprattutto dal Qatar che perseguo un suo progetto di influenza nella regione - spiega l'esperto del Centro studi internazionali - ma per ora è ancora più forte la caratterizzazione tribale". E in questa realtà parcellizzata, in cui ogni gruppo difende e protegge il proprio angolo, anche le tribù più vicine al vecchio Rais giocano la propria partita. Dopo aver abbandonato alcune delle loro roccaforti non hanno lasciato il paese ("Non ci risultano flussi consistenti di libici in fuga dalle rappresaglie" conferma il delegato dell'Unhcr) e sono intenzionati a difendere, come gli altri, il proprio territorio. Non riconoscono il Cnt, ma sperano di poter tornare a giocare un ruolo in futuro. "Molto dipenderà dai rapporti di forza che potrebbero emergere dalle elezioni di giugno" conclude Iacovino.

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