Siria, l'Italia chiude l'ambasciata e rimpatria lo staff

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Ma continueremo a “sostenere il popolo e a lavorare per una soluzione pacifica della crisi”, fa sapere la Farnesina. Intanto, in un rapporto, Amnesty International denuncia le torture del regime di Assad contro i dissidenti

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L'Italia ha sospeso l'attività della propria Ambasciata a Damasco e rimpatriato lo staff della sede diplomatica. "Anche in considerazione delle gravi condizioni di sicurezza, insieme ai principali partner dell'Unione Europea - si legge in una nota del ministero degli Esteri - abbiamo inteso ribadire la più ferma condanna verso le inaccettabili violenze attuate dal regime siriano nei confronti dei propri cittadini".

Violenze testimoniate ancora una volta da Amnesty International che, in un nuovo rapporto diffuso il 14 marzo , ha denunciato l'incubo delle torture nel corso della rivolta. L'ampiezza dei maltrattamenti ha raggiunto, secondo l'organizzazione per i diritti umani, un livello che non si vedeva da anni e che ricorda il periodo nero degli anni Settanta e Ottanta.
Rilasciato un giorno prima dell'anniversario dell'inizio delle proteste di massa nel paese, il rapporto di Amnesty International, intitolato ' Volevo morire: parlano i sopravvissuti alla tortura in Siria ', documenta 31 metodi di tortura e maltrattamenti praticati dalle forze di sicurezza, dai militari e dalle shabiha (le bande armate filo-governative) attraverso i racconti di testimoni e vittime che l'organizzazione per i diritti umani ha incontrato in Giordania nel febbraio di quest'anno.

Farnesina: "Continuiamo a lavorare per una soluzione della crisi" -
"L'Italia continuerà a sostenere il popolo siriano e a lavorare per una soluzione pacifica della crisi, che ne garantisca i  diritti fondamentali e le legittime aspirazioni democratiche.  Sosteniamo pienamente gli sforzi dell'Inviato Speciale dell' Onu e della Lega Araba, Kofi Annan, per ottenere uno stop immediato alla violenza e per consentire l'accesso degli operatori umanitari e l'avvio del dialogo politico", si legge ancora nella nota della Farnesina.

La denuncia di Amnesty: denigrare, umiliare, mettere a tacere - "Le testimonianze che abbiamo ascoltato descrivono dall'interno un sistema di detenzione e interrogatori che, a un anno dall'inizio delle proteste, ha il principale obiettivo di degradare, umiliare e mettere a tacere col terrore le vittime" ha dichiarato Ann Harrison, vicedirettrice ad interim del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.
Le torture e i maltrattamenti ai danni dei detenuti, afferma Amnesty, seguono in genere un modello stabilito. Molte vittime hanno dichiarato di essere state picchiate al momento dell'arresto. Il pestaggio è proseguito con l'haflet al-istiqbal ('festa di benvenuto'), all'arrivo nel centro di detenzione, con pugni e percosse con bastoni, calci dei fucili, fruste e cavi di corda intrecciata. I nuovi arrivati vengono solitamente lasciati in mutande e talvolta tenuti all'aperto anche per 24 ore.
Il momento di maggior pericolo è tuttavia quello dell'interrogatorio. Parecchi sopravvissuti alla tortura hanno descritto ad Amnesty International la tecnica del dulab ('pneumatico'): il detenuto è infilato dentro a uno pneumatico da camion, spesso sospeso da terra, e viene picchiato, anche con cavi e bastoni.
Amnesty International ha riscontrato anche un aumento delle testimonianze sullo shabeh: il detenuto è appeso a un gancio o ad altro attrezzo in modo che i piedi fluttuino nel vuoto o le loro dita tocchino a malapena il pavimento; spesso, in questa posizione, viene picchiato. E' andata così a"Karim", 18 anni, uno studente di al-Taybeh (provincia di Dera'a) che ha raccontato ad Amnesty International che, nel dicembre 2011, presso la sede di Dera'a dei servizi segreti dell'Aeronautica, le persone che lo stavano interrogando gli hanno strappato la pelle dalle gambe usando delle tenaglie.

E' allarme rifugiati - Oltre alle vittime delle torture e ai morti a causa della repressione, oltre 8mila secondo gli ultimi dati diffusi dall'Onu , è allarme rifugiati. Sono circa 230 mila, infatti, le persone costrette a lasciare la propria casa. Come riferisce a SkyTG24 la portavoce dell'Alto commissariato dell'Onu, Laura Boldrini, la gente è costretta a scappare per mettersi in salvo da parenti e amici. La maggior parte è rimasta dentro i confini nazionali, altri hanno scelto di trasferirsi in Libano, Turchia e Giordania. Circa 10mila si sono rifugiati in Libia. "Sfatiamo il mito che in queste circostanze, tutti scappano in Europa" ha dichiarato Boldrini.

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