Operazione Narvalo: Obama vuole sapere tutto dei suoi fan

Barack Obama insieme alla famiglia dopo la vittoria delle scorse elezioni Usa.
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Due mosse recenti nella campagna elettorale digitale del presidente: costruire un profilo dei suoi sostenitori in modo da mandare a ciascuno messaggi personalizzati, come fa per esempio Google, e l'apertura di un ufficio tecnologico a San Francisco

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di Carola Frediani

Proprio nel momento in cui tutti postano e cinguettano sui social network, la differenza potrebbe farla quello che non si vede e non si sente. Nella campagna digitale delle elezioni americane, la linea del fronte si sta spostando dalla bacheca al back-office. A guidare questa spericolata svolta tattica è lo staff del presidente Obama, che sta scommettendo su un ambizioso progetto di data mining: nome in codice, Narwhal. Ovvero, narvalo, come il cetaceo artico dall’incisivo lungo quanto una spada, creatura misteriosa, elusiva e sfuggente; non a caso, ribattezzata unicorno del mare. E proprio come il celebre cavallo immaginario, il progetto portato avanti dal team democratico è il mito fino a oggi mai realizzato di molti spin-doctor: sapere esattamente chi sono e che preferenze hanno i propri potenziali elettori, in modo da indirizzare a ognuno il messaggio più appropriato.

Del progetto Narwhal – rivelato in una esclusiva del magazine Slate – si sanno ancora pochi dettagli. Tuttavia l’obiettivo è chiaro: mettere assieme, per ogni cittadino contattato o registrato dalla campagna di Obama, i singoli spezzoni di informazione dispersa tra innumerevoli archivi. Ricombinare insomma il puzzle individuale: quel nome e indirizzo lasciato in una raccolta firme alla bancarella, l’età e professione inserita nel modulo online di uno dei siti democratici, l’appoggio a una determinata legge espresso in una petizione online. E così, alla fine di questo processo di ricomposizione, avere la possibilità di segmentare i propri messaggi, inviando lettere o email estremamente mirate. In questo modo, anche una donna che viva nella campagna dell’Ohio – non esattamente un posto noto per essere liberal – ma ”profilata” come giovane e progressista, potrebbe ricevere una missiva in cui si sottolineano gli sforzi dell’amministrazione per rimborsare le spese mediche legate alla contraccezione. Una comunicazione spinosa che, nel quartiere, riceverebbe solo lei.

Se la campagna del 2008 verrà ricordata come quella dell’esplosione dei social media, questa potrebbe essere caratterizzata per quello che rimane immerso, e cioè per il data-mining effettuato su milioni di elettori. Quattro anni fa, dei 13 milioni di votanti che si erano registrati sui siti di area democratica per avere informazioni, lo staff di Obama non sapeva quasi nulla. Ora si stanno riversando insieme database che fino a ieri non comunicavano. Per capire quanto sarà stato efficace questo lavoro di profilazione degli utenti, che va nella direzione dei colossi di internet ma anche delle grandi catene di supermercati, si dovrà aspettare le elezioni di novembre.

Nel frattempo, proprio mentre Mitt Romney, come già accaduto a Rick Santorum, si accorge di avere un problema con Google, e in particolare con uno dei risultati del motore di ricerca associati al suo nome, Obama apre un ufficio tecnologico a San Francisco. Una mossa senza precedenti, tanto più che, lo ricordiamo, il quartier generale della campagna del presidente in carica si trova a Chicago. Anche qui, l’obiettivo è di reclutare sul campo le migliori intelligenze in ambito digitale.

Già oggi la squadra di Obama include punte di eccellenza del mondo hi-tech. Da Joe Rospars, giovane e brillante imprenditore incaricato delle strategie digitali, all’hipster controcorrente Harper Reed, chief technology officer, esperto di crowd-sourcing. Perché i nuovi strateghi della comunicazione politica si reclutano tra gli ingegneri.

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