Come i marò, due italiani in carcere in India. "Se ne parli"

Una foto pubblicata su Facebook di Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni nel carcere indiano in cui sono detenuti da due anni
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Tomaso ed Elisabetta sono detenuti a Varanasi dal 2010, condannati in primo grado all'ergastolo dalla giustizia indiana. La madre del ragazzo lancia un appello al ministro Terzi: "Vorremmo - dice a Sky.it - parità di trattamento" rispetto ai militari

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di Serenella Mattera

“Anche Tomaso ed Elisabetta hanno rischiato la pena di morte!”. Quando dall’India arriva la notizia dell’arresto dei due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, dal Web si alza una voce. E’ quella dei parenti e degli amici di Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni, due giovani italiani chiusi da due anni in un carcere indiano, condannati all’ergastolo. “Si parli anche di loro”, è l’appello che Marina Maurizio, madre di Tomaso, rivolge alle autorità italiane attraverso Sky.it: “Vorremmo una parità di trattamento” rispetto ai marò. Perché dall’arresto sono passati 24 lunghi mesi. E l’attesa del processo d’appello si preannuncia ancora lunga.

Ad accomunare Tomaso ed Elisabetta ai due marò è il capo d’imputazione: articolo 302 del codice penale indiano, che per l’accusa di omicidio prevede la pena di morte o l’ergastolo. La vicenda dei due giovani, lui ligure, lei piemontese, risale al 2010, durante uno sciagurato viaggio in India. Con loro c'era un terzo amico, Francesco Montis. Che un mattino, in un albergo nella città sacra di Varanasi, non si è più svegliato dal sonno. Una morte dovuta forse a cause naturali o a qualche sostanza, secondo i ragazzi. Strangolamento, sostiene la giustizia indiana. Che ha ritenuto i due compagni di viaggio di Francesco Montis colpevoli di omicidio. E, al termine di un processo con diversi punti oscuri (dal movente ai risultati dell'autopsia), li ha condannati all'ergastolo.

Da due anni, dunque, Tomaso ed Elisabetta, sono rinchiusi in un sovraffollato carcere indiano (qui le immagini girate in un’inchiesta de Le Iene). E sperano adesso di riottenere la libertà nel giudizio d’appello. Ma c’è ancora da aspettare. Come spiega la madre di Tomaso, che fa la spola tra l’Italia e l’India: “Una richiesta di libertà su cauzione è stata presentata a metà settembre 2011, è stata discussa presso la High Court di Allahabad il 15 dicembre 2011, ma stiamo ancora aspettando il pronunciamento della sentenza, senza la quale non possiamo procedere oltre. E intanto sono passati 7 mesi dalla sentenza di 1° grado e due anni dalla data dell'arresto (7 Febbraio 2010). Non abbiamo molte speranze di poter ottenere la libertà su cauzione, perché ai cittadini stranieri non viene quasi mai concessa per il pericolo di fuga, ma questa procedura ci permette di arrivare alla Supreme Court of India e cercare di ottenere l'inizio del processo di appello in tempi più brevi. Presso la corte di Allahabad i tempi di attesa per il processo di appello va dai due ai tre anni!”.

Gli stessi genitori di Tomaso, sottolineano di essere consapevoli che “in ogni parte del mondo esiste l’ingiustizia”, la mala giustizia: “anche in Italia, purtroppo, a volte si attendono anni per il processo in galere strapiene” e “a volte chi è colpevole diventa innocente e chi è innocente diventa colpevole”. Dunque in una nota pubblicata su Facebook invitano chi vuole sostenere la causa di Tomaso ed Elisabetta a non “polemizzare contro il sistema indiano o, ancora peggio, contro la gente dell’India”. “Siamo certi - scrivono - che i giudici indiani in appello, una volta approfondita l’analisi dell’accaduto, constateranno l’assoluta mancanza di prove”.

Ma nei giorni in cui il caso dei due marò occupa le prime pagine dei giornali e mobilita la nostra diplomazia, la signora Maurizio dice a Sky.it: “Il mio appello è che nel trattare la questione dei marò, si possa trattare anche il caso di Tomaso ed Elisabetta. E che in occasione della visita del ministro degli Esteri Giulio Terzi, già programmata in precedenza, si possa parlare anche del nostro caso. Insomma – afferma - vorremmo una parità di trattamento”. La madre di Tomaso aggiunge di aver fiducia nell’ambasciatore italiano in India Giacomo Sanfelice che “ben conosce la vicenda e che tanto ci ha aiutato in questi mesi”. “Non si dimenticherà di Tom ed Eli – confida - anche in considerazione del fatto che personalmente si è recato a far visita ai ragazzi in carcere l'8 dicembre scorso”.

“Credo che le autorità italiane – aggiunge Marina Maurizio – quando sono certe dell’innocenza dei propri connazionali abbiano il dovere di fare di più. Molte volte siamo troppo rispettosi della sovranità altrui e ci lasciamo mettere ‘i piedi in testa’: non facciamo valere i nostri diritti. Si pensi solo al fatto che nella vicenda di Tomaso i ragazzi coinvolti sono tre italiani, non c’è stata costituzione di parte civile, non ci sono indiani coinvolti, sono stati calpestati tutti i diritti alla difesa. Comunque ci solleva il fatto che lo studio legale che difende i marò è lo stesso che difende Tomaso ed Elisabetta”.

Intanto le stanno provando tutte, amici e parenti dei due giovani italiani. Adesso anche un video su Youtube cerca di “alzare la voce, in maniera forte, ma educata” per la loro liberazione. “Dottor Monti – scrive su Facebook Antonella, rivolgendosi al presidente del Consiglio – capisco il suo impegno per i poveri marò che passeranno momenti veramente oscuri. Ma si ricordi anche di chi da più di due anni è laggiù, non dico abbandonato, ma diversamente seguito! Vogliamo lo steso interesse per Tommy ed Ely e per tutti gli altri cittadini italiani abbandonati al loro destino chissà dove”.

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