La Tunisia del dopo Ben Alì? E' un'immagine ancora sfocata

1' di lettura

Prima della rivoluzione, gli unici scatti ammessi dal regime erano quelli che celebravano un Paese da sogno. Che non esiste, come spiega a Sky.it il fotografo Wassim Ghozlani. LE FOTO E L’INTERVISTA

Guarda anche:
LO SPECIALE MEDITERRANEO DI SKY.IT
Tutte le foto delle rivolte in Nord Africa
Primavera araba, 12 mesi di rivolte: lo speciale

di Greta Sclaunich

“Quando Ben Alì era al potere si potevano scattare solo due tipi di fotografie. Quelle artistiche, troppo deboli e imbavagliate per poter infastidire il regime. E quelle da cartolina, che nutrivano in maniera ossessiva l’immaginario di una “Tunisia, oasi di pace e prosperità” fatta di palme, cammelli e altre immagini folkloristiche”. Wassim Ghozlani, 25 anni, all’indomani della rivoluzione ha preso in mano la macchina fotografica e ha iniziato a fotografare l’altra Tunisia, “quella che non veniva mai rappresentata: strade non asfaltate, case vecchie, paesini dimenticati”.
Alcuni di questi scatti (guarda la gallery) sono esposti a Parigi, alla mostra “Dégagements, la Tunisie un an aprés” (17 gennaio -  1 aprile) organizzata dall’Istituto del Mondo arabo per celebrare il primo anniversario della rivoluzione dei gelsomini con le opere degli artisti saliti alla ribalta nella nuova Tunisia. Ma il suo resta un work in progress, condiviso soprattutto tramite la Rete: dal suo sito internet al profilo su Facebook passando per il portale fotografico Shutter Party che ha creato insieme a Olfa Feki nel 2010.

Ghozlani, nato in un centro nel nord della Tunisia, ha iniziato a scattare nel 2009. Prima era un grafico freelance e il panorama fotografico nel suo Paese era piuttosto ristretto, come spiega a Sky.it: “Per i fotografi c’erano solo tre opzioni possibili: o si mettevano al servizio della dittatura, o lavoravano per un’agenzia di stampa straniera, o si dedicavano alla fotografia artistica ma sempre a condizione di non puntare l’obiettivo su soggetti sensibili come povertà, miseria, politica”. Una condizione che descrive come “libertà vigilata” e che è cambiata completamente dopo la rivoluzione del 17 febbraio 2011. Rivoluzione alla quale lui ha partecipato, a modo suo: “Manifestando, diffondendo le informazioni e scattando fotografie. Il mio compito è stato piuttosto quello di “archiviare” gli eventi per la memoria nazionale, non ero in prima linea come hanno fatto molte persone che si sono sacrificate per abbattere il regime. Anche ora penso di essere più utile dietro l’obiettivo della mia macchina fotografica piuttosto che seduto attorno al tavolo di un partito politico: una foto ben fatta può essere più forte ed efficace di mille discorsi”.

All’indomani della caduta di Ben Alì, il successo: le sue fotografie piacciono, c’è lo spazio e la libertà per portare avanti nuovi progetti. Come il portale Shutter Party, che diventa un riferimento per la fotografia in Tunisia e ospita progetti e reportage da tutto il Paese. O la “Casa della fotografia”, un centro nazionale dedicato alla foto e al digitale che Ghozlani vorrebbe aprire entro la fine del 2012 “se il clima migliora”. Sì, perché vivere nella nuova Tunisia non è facile: “Il clima è molto teso e ogni giorno salta fuori una nuova polemica, dal niqab alla laicità, dai salafisti all’infibulazione. E questo distoglie l’attenzione dai veri problemi, come la disoccupazione e la libertà”.
La situazione è così complicata che, se dovesse descrivere il suo Paese con una fotografia, oggi sceglierebbe “una foto qualsiasi scattata in Tunisia, a condizione che sia sfocata: la situazione è caotica, nessuno sa bene cosa succederà nel futuro prossimo”. Una fotografia per raccontare il regime? “Il ritratto gigante di Ben Alì, onnipresente e immancabile all’entrata di ogni città, a ogni incrocio e praticamente ovunque: il simbolo del culto della personalità del dittatore”.

Leggi tutto