Libia, un anno fa l’inizio della fine del regime di Gheddafi

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Il 17 febbraio 2011, sull’onda delle proteste che stavano infiammando i paesi arabi, si svolgeva a Bengasi la prima manifestazione. Seguirono 8 mesi di guerra, la caduta di Tripoli, la morte del rais. Un paese ancora nel caos ora celebra l’anniversario

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La Libia verde, rossa e nera della bandiera dei Senussi, che ha sostituito il verde monocorde di Gheddafi, è pronta a celebrare il primo anniversario della rivolta del 17 febbraio 2011 (guarda il servizio di SkyTG24 di quel giorno): bandiere, caroselli e cortei per ricordare quella scintilla che da Bengasi portò a otto lunghi mesi di guerra, all'intervento della Nato, fino alla caduta di Tripoli e all'uccisione del rais.

Un anno dopo, il paese è ancora in preda a scontri tribali, regolamenti di conti, a un'economia precaria e a una transizione democratica che procede lentamente. Proprio come documentato dal rapporto di Amnesty International presentato 24 ore prima dell’anniversario. Ma il popolo libico è determinato a festeggiare con orgoglio e a ricordare il coraggio dei suoi martiri. La manifestazione principale si terrà a Bengasi, culla della rivolta di un anno fa, dove - secondo il Tripoli Post - parteciperanno il premier Adbel Rahim al Kib e il presidente del Consiglio nazionale transitorio Mustafa Abdel Jalil. Sabato 18 febbraio inoltre sarà festa nazionale.

Per le celebrazioni, il Cnt ha autorizzato ogni consiglio locale a organizzare la propria manifestazione, ma ha vietato le marce militari. Il timore è che la festa diventi una dimostrazione di forza dei vari gruppi armati che si contendono la paternità della fine di Gheddafi o occasione di scontri tra quelle milizie che, secondo Amnesty International, sono "fuori controllo" e seminano il terrore nel Paese.
"La fase della ricostruzione presenta incognite e incertezze", ha riconosciuto anche il ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi, pur sottolineando i passi avanti compiuti. Il governo transitorio ha da poco presentato la legge elettorale per il voto previsto a giugno (ma passibile di rinvio) per il Congresso nazionale che dovrà redigere la Costituzione e portare a nuove elezioni. Inoltre la Dichiarazione di Tripoli che ha rilanciato le relazioni bilaterali con l'Italia, firmata dal al-Kib e da Mario Monti nella visita di gennaio, contiene uno specifico richiamo al rispetto dei diritti umani. Ma una cosa sono le intenzioni, un'altra quello che poi accade realmente sul terreno, ha ammesso anche il titolare della Farnesina in un'audizione davanti alle Commissioni Esteri congiunte.

Amnesty International (qui il rapporto in pdf in inglese)continua infatti a denunciare l'uso diffuso di torture e abusi che restano impuniti. I miliziani, spiega Amnesty, credono che la legge sia nelle loro mani, sono alla continua ricerca di vendetta contro coloro che ritengono essere rimasti fedeli a Gheddafi o che abbiano combattuto per lui. Se la prendono con i rifugiati o i profughi sub-sahariani, sospettati di essere ex mercenari del rais, o con intere comunità, come i 30mila libici neri cacciati dalla città di Tawargha, in passato usata come base dalle forze lealiste.
Amnesty chiede dunque alle nuove autorità libiche di spezzare quella catena di violazioni di diritti umani e impunità ereditata dal regime del rais, avviando indagini e assicurando i colpevoli alla giustizia. "La prima sfida dei nuovi governanti - si legge nell'appello - deve essere quella di prendere il controllo delle milizie armate". Ma il governo transitorio, che ha provato con scarso successo a farsi riconsegnare le armi usate durante la guerra di liberazione, non sembra ancora in grado di garantire sicurezza e ordine pubblico.

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