Monti meglio di Brad Pitt, il fotografo spiega la copertina

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Paolo Pellegrin, autore dello scatto al premier su Time, svela come è nata l'immagine. "È stato più facile lavorare con lui che con i divi di Hollywood". Da Obama a Gheddafi, passando per Arafat, il photoreporter racconta i suoi clic ai potenti

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di Pietro Pruneddu

"Fare il ritratto di Mario Monti è stato più facile che fotografare Brad Pitt o Sean Penn". Parola di Paolo Pellegrin, l’autore dello scatto al premier italiano finito in copertina su Time . Il quarantasettenne photoreporter romano, vincitore pochi giorni fa del suo nono World Presso Photo per un reportage sul Giappone post-tsunami, è considerato uno dei fuoriclasse del mestiere. “Ho saputo di dover fare il servizio fotografico con Monti una settimana prima”, racconta intervistato da Sky.it . “La location improvvisata è stata una stanza di Palazzo Chigi, accanto all’ufficio del Presidente del Consiglio”.

Pellegrin, membro della prestigiosa agenzia Magnum , ha avuto a disposizione solo pochi minuti: “In un quarto d’ora abbiamo dovuto fare tutto”. Il premier aveva appena concluso una sessione di interviste con tre giornalisti americani. “Mi ha colpito positivamente. Parla un inglese eccellente, senza frasi fatte. Dietro l’aria da professore si nasconde una persona di grande umanità”, spiega Pellegrin a Sky.it. Che promuove a pieni voti il premier italiano nell’inusuale veste di soggetto fotografico: “È stato molto gentile, si è prestato alle mie indicazioni con autoironia”. 



Non ha avuto nemmeno il tempo di godersi la copertina di Time e il World Press Photo appena vinto. Pellegrin vive ormai da anni negli Stati Uniti, ma ha la valigia sempre pronta. Dopo lo scatto a Monti è volato in Francia. E presto tornerà negli Usa per occuparsi della prossima campagna elettorale americana . “Ho seguito da vicino John Kerry nel 2004 e Barack Obama nel 2008”, racconta il fotografo. “Ricordo l’atmosfera straordinaria che Obama riusciva a trasmettere. Dopo ogni comizio vedevo le facce della gente che si sentivano parte di un sogno, di un ideale”. 

Tra i leader che ha ritratto nella sua carriera, Pellegrin ricorda il difficile incontro con Muammar Gheddafi . Le sue fotografie esclusive al rais libico risalgono al 2001. “Erano dieci anni che non si faceva avvicinare dalla stampa americana. Poi il New York Times riuscì a ottenere un servizio”, racconta il photoreporter. Il colonnello, però, non era un soggetto facile da ritrarre. “Fece un monologo. E a livello umano non ci fu alcun feeling”. Con il leader palestinese Yasser Arafat, invece, il rapporto fu agevolato dalle circostanze. “Lo fotografai a più riprese. Una volta a Ramallah rimanemmo chiusi insieme per alcuni giorni in un edificio, durante un’incursione israeliana”.

Pellegrin , capace come pochi di raccontare per immagini le granate di Gaza o il genocidio in Rwanda, è riuscito con disinvoltura a infilarsi nella quotidianità dei divi di Hollywood alla vigilia degli Oscar . Leonardo Di Caprio, Mickey Rourke, Penelope Cruz, Brad Pitt, sono finiti davanti al suo obiettivo mentre si facevano la barba o armeggiavano in cucina. “Sono dei professionisti, sanno cosa fare, ma diventa difficile scavare dietro la maschera, svelare la loro essenza”, spiega Pellegrin. “Con Monti non è stato così difficile, perché non era abituato, ed è stato molto spontaneo”.

Fino al 26 febbraio a Torino, nell’ambito della mostra fotografica “L’Italia e gli italiani” , è possibile ammirare una serie di 150 ritratti firmati da Pellegrin . Una lunga sequenza di primi piani, giovani volti che rappresentano il nostro paese. “Monti, nonostante l’età, potrebbe essere idealmente il 151°”, spiega Paolo Pellegrin. “In comune con quei ragazzi ha lo spirito europeo. E come loro, anche la sua faccia rappresenta il nuovo, il senso di riscatto del Paese”.

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