Siria, massacro a Homs. No di Cina e Russia all'accordo Onu

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Nel paese l’ennesima strage di civili: fonti dell'opposizione parlano di centinaia di morti nel bombardamento del regime. Damasco respinge le accuse. Intanto, Pechino e Mosca bloccano, per la seconda volta, la condanna internazionale del regime di Assad

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(in fondo all'articolo tutti i video sulle rivolte in Siria)

Per la seconda volta in pochi mesi, Russia e Cina hanno posto il veto ad una risoluzione dell'Onu di condanna della repressione in Siria, e lo hanno fatto poche ore dopo un pesante bombardamento nella città di Homs, dove oltre 250 persone sono morte, secondo fonti dell'opposizione. Il veto, che ha suscitato le durissime reazioni di tutti i paesi occidentali, si è inoltre verificato a trent'anni esatti dall'eccidio di Hama, città martire per eccellenza della brutale repressione del regime degli al-Assad.

Sabato 4 febbraio gli uomini di Bashir al-Assad, che in un primo momento avevano addirittura smentito che Homs fosse stato teatro di violenze, hanno in seguito ammesso il violento attacco attribuendone però la responsabilità a non meglio precisati gruppi di terroristi armati, proprio per fare pressione sul Consiglio di Sicurezza riunito proprio in quelle ore. Il ministro siriano dell'informazione, Adnan Mahmud, ha infatti esplicitamente accusato l'opposizione all'estero - riunita sotto la sigla del Consiglio nazionale siriano (Cns) ma dal regime chiamata "Consiglio di Istanbul" perché la loro prima riunione è avvenuta sulle rive del Bosforo - di aver dato ordine ai terroristi di bombardare i quartieri di Homs nel tentativo di influenzare la discussione in corso all'Onu.

Numerosi video amatoriali pubblicati in rete e i resoconti di testimoni oculari danno conto di una "tragedia umanitaria" ancora in corso nei rioni di Khaldiye e Bayada, nella parte nord di Homs, epicentro della rivolta da numerosi mesi. L'inviato sul posto della tv panaraba al Arabiya, di proprietà saudita, ha detto di aver contato 337 cadaveri. Altri attivisti riferiscono di un bilancio provvisorio di oltre 200 uccisi. I Comitati di coordinamento locali sul loro sito pubblicano una lista provvisoria delle vittime odierne di 81 persone, di cui una cinquantina quelle morte a Khaldiye.
Numerosi feriti - si parla di un migliaio - sono in condizioni gravi, altri sarebbero morti perché‚ non soccorsi in tempo. Da settimane le forze governative impediscono l'accesso ai mezzi di soccorso nei quartieri in rivolta, dove sono stati allestiti punti di primo soccorso nelle abitazioni, molti dei quali colpiti dal bombardamento. Questo era iniziato il 3 febbraio attorno alle 20, con colpi di mortaio e proiettili di artiglieria. Oltre 30 edifici sono stati distrutti, secondo quanto riferito da testimoni. Video amatoriali mostrano palazzi in fiamme e cadaveri ammassati in una moschea, alcuni riversi nel sangue altri con vistose ferite sul corpo. A metà giornata al Arabiya ha mostrato in diretta i funerali di alcune vittime celebrati nella piazza centrale di Khaldiye e ai quali hanno partecipato centinaia, forse migliaia, di persone. Molte vittime, affermano i residenti, sono state seppellite nei pochi appezzamenti di terreno disponibili tra gli edifici.

La giornata di violenza è proseguita anche in altre località della Siria, note per essere da mesi il centro della repressione e della rivolta. Almeno dodici persone sono state uccise a Daraya, sobborgo a sud di Damasco, dal fuoco delle forze di sicruezza che hanno sparato su un corteo funebre, secondo quanto riferito dai Comitati di coordinamento. Altri uccisi si sono registrati nella regione nord-occidentale di Idlib, a Hama, e in altri quartieri di Homs. In serata, a Damasco - dove martedì è atteso il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov e il capo dell'intelligence di Mosca - ma anche ad Aleppo e Tortosa, centri finora meno investiti dalle proteste, sono scesi in strada cortei di condanna per "il massacro di Homs" e per la decisione di russa e cinese di bloccare la risoluzione all'Onu. A Midan, quartiere-cuore della rivolta nella capitale, sono state bruciate bandiere russe, cinesi, iraniane e del movimento sciita libanese Hezbollah alleato di Siria e Iran.

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