Libia, Onu e ong accusano: torture nei centri di detenzione

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Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite fa un quadro della situazione nel Paese: milizie armate fuori controllo, istituzioni fragili e violenze sui detenuti. Anche Amnesty e Medici senza frontiere lanciano l’allarme carceri

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Milizie armate e fuori controllo, istituzioni fragili che faticano a riportare la legalità e, soprattutto, migliaia di gheddafiani detenuti in prigioni segrete dove si praticano torture. È questo il quadro sulla situazione in Libia delineato al Consiglio di Sicurezza dell'Onu da Navi Pillay, Alto Commissario per i diritti umani. “L’ex regime è stato rovesciato, ma la dura realtà è che la sua eredità continua a pesare sulla vita del popolo libico”, aggiunge Ian Martin, inviato Onu nel Paese. Il nuovo governo, denuncia, fatica a stabilire la sua legittimità e “le istituzioni statali rimangono deboli e spesso assenti”. La situazione è resa ancora più critica, prosegue Martin, dalla libertà con cui le armi circolano tra i miliziani appartenenti a diverse brigate. Ne sono prova gli episodi di violenza avvenuti nei giorni scorsi a Tripoli e, soprattutto, a Bani Walid. Lunedì 23 gennaio i miliziani pro-Gheddafi sono tornati all’attacco della loro vecchia roccaforte e solo dopo due giorni di scontri, che hanno provocato cinque morti, il ministro della Difesa del Consiglio nazionale transitorio, Osama al-Juwali, ha potuto dichiarare che Bani Walid è di nuovo sotto il controllo del governo.

A preoccupare l’Onu, oltre alle armi, è la situazione nelle carceri (alcuni illegali). “Il mio staff – dice l’Alto Commissario – ha ricevuto rapporti allarmanti su quanto succede nei centri di detenzione visitati. La mancanza di supervisione da parte delle autorità centrali crea un ambiente favorevole a torture e maltrattamenti”. Secondo Navi Pillay in Libia ci sono almeno 8.500 prigionieri, compresi civili, donne e bambini, detenuti in 60 carceri. “Sono accusati di essere lealisti di Gheddafi e tra di loro vi sono molti africani sub-sahariani”, dice sottolineando la necessità di riportare tutti i centri di detenzione sotto l’autorità del ministero della Giustizia e che i detenuti vengano sottoposti a un regolare processo.

L’allarme lanciato dall’Onu è condiviso dalle ong. Medici senza frontiere, ad esempio, ha reso noto di aver “sospeso le sue attività nei centri di detenzione di Misurata perché ai detenuti vengono inflitte torture e negato l’accesso a cure mediche di urgenza”. L’associazione racconta di aver curato almeno 115 persone con ferite da tortura e di aver denunciato i casi alle autorità di Misurata. “Ci hanno consegnato pazienti provenienti da interrogatori affinché li stabilizzassimo per poterli interrogare ancora – denuncia Christopher Stokes, direttore generale di Msf –. È inaccettabile. Il nostro compito è fornire cure mediche per feriti di guerra e detenuti malati, non di curare ripetutamente gli stessi pazienti per poter essere nuovamente torturati”. Medici senza frontiere, che nel 1999 ha vinto il Nobel della Pace, è attiva in Libia dallo scorso febbraio e a Misurata da aprile. L’ong ha spiegato che proseguirà sia le attività di sostegno psicologico nelle scuole e negli ospedali della città sia l’assistenza di circa 3mila migranti africani, rifugiati e sfollati dentro e fuori Tripoli.

A denunciare il ricorso alla tortura nei confronti di presunti combattenti e lealisti pro-Gheddafi è anche Amnesty International. “I nostri delegati hanno incontrato detenuti nelle carceri di Tripoli e di città vicine: avevano visibili segni di torture, ferite ancora aperte sulla testa, sulle braccia e sulla schiena”, dice la ong. Le torture, continua, “sono inflitte sia da appartenenti alle forze di sicurezza e militari ufficialmente riconosciute, sia da milizie armate illegali”. L’associazione racconta di aver esaminato dei reperti medici che confermano l’uso della tortura su parecchi detenuti, alcuni dei quali morti in carcere. Donatella Rovera, ricercatrice di Amnesty, rivela: “Non siamo a conoscenza di alcuna indagine adeguata sui casi di tortura né di alcuna procedura per cui le vittime della tortura o i parenti di chi è morto sotto tortura abbiano potuto chiedere giustizia e risarcimenti. È terribile constatare che non c’è stato nessun passo avanti”.

Sul tema è intervenuto anche il Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr): preferendo non commentare i rapporti di Amnesty e Msf, fa sapere che continuerà le visite ai detenuti in Libia. Il Cicr, dallo scorso mese di marzo a oggi, dice di averne visitati “circa 8.500 in oltre 60 luoghi di detenzione”. “La visita ai detenuti in mano a diverse autorità in Libia resta una nostra priorità – dichiara la portavoce Marie-Servane Desjonqueres –. Continueremo il dialogo con le autorità per avere accesso a tutte le persone detenute nel Paese”. Le visite della Croce Rossa internazionale, che si svolgono senza testimoni e sono ripetute nel tempo, hanno lo scopo di monitorare le condizioni di detenzione e il trattamento dei detenuti, oltre a quello di fornire assistenza medica se necessario. Ai reclusi, spiega il Cicr, viene data la possibilità di contattare le loro famiglie. La Croce Rossa condivide i risultati e le raccomandazioni sulle visite ai detenuti su base strettamente bilaterale e confidenziale con le autorità di detenzione interessate. Tra i reclusi che il Cicr ha visitato in Libia c’è anche il figlio di Gheddafi, Saif al-Islam.

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