Auschwitz, la testimonianza di chi entrò di sua volontà

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Denis Avey fu catturato come prigioniero e destinato in un campo contiguo. Un giorno decise di scambiare la sua identità con uno degli ebrei per capire cosa significava essere internati nella "fabbrica dello sterminio". L’estratto del libro Newton Compton

di Denis Avey (con Rob Broomby)

Raggiungemmo una piccola stazione. La banchina era molto bassa, e c’era una scaletta per scendere dal treno. Mi portarono dritto a un sentiero di terra battuta, e dopo circa tre chilometri ci trovammo in un campo circondato da un bel paesaggio, in aperta campagna.
Stentavo a credere al cambiamento rispetto ai luoghi dov’ero stato prima. C’erano dieci baracche di legno, ben costruite, il cortile era un prato verde, e il perimetro chiuso da un’unica rete di filo spinato.
“Qui ci sarà da divertirsi”, pensai. All’interno c’erano già alcune centinaia di prigionieri alleati. Avevamo la luce elettrica, l’acqua corrente, latrine dove potevi sederti, e un impianto di riscaldamento. I letti a castello erano dotati di materassi di paglia, persino le coperte erano decenti.
Girava voce che fosse stato costruito per la Gioventù hitleriana. Ne aveva tutta l’aria. Gli altri prigionieri mi dissero che il campo si trovava a sud di una cittadina polacca chiamata Oswiecim.

La mattina dopo ci svegliarono alle sei e mezza e ci fecero marciare al di là dei cancelli, attraverso campi e boschi per un paio di chilometri, finché d’un tratto il verde sparì.
Davanti a noi si apriva un enorme cantiere, a perdita d’occhio. Dai camini e dalle gru a vapore salivano volute di fumo.
Dal fango stava sorgendo l’oscuro scheletro in ferro e cemento di una fabbrica infernale. Al di sopra della struttura, sospesa a cavi d’acciaio, era legata una schiera di palloni aerostatici. Entrammo all’interno. Dovunque guardassi, vedevo muoversi lentamente strane figure: centinaia, no, migliaia. Indossavano tutti camicie e pantaloni logori, a righe, più simili a pigiami che ad abiti da lavoro.
I loro volti erano terrei, le teste rozzamente rasate, appena coperte da minuscoli copricapi. Si aggiravano come ombre vaghe e indistinte, parevano destinati a dissolversi nel nulla da un momento all’altro.
Non riuscivo a capire chi, o cosa, fossero. I miei compagni li chiamavano “uomini a righe”.

Mi dissero che in tedesco la cittadina polacca di Oswiecim aveva un altro nome: Auschwitz. Riconobbi quei poveri sventurati come miei simili, malgrado fossero stati privati di quasi ogni traccia di umanità.
Ciò che avevano subìto lo portavano impresso addosso, insieme alla stella di David cucita sulla casacca. Erano ebrei. Fummo divisi in kommando di venti o trenta lavoratori ciascuno, agli ordini di un capocantiere responsabile di un settore, e ci misero all’opera: sterro, trasporto di materiale edile e di grossi tubi da un punto all’altro del campo, installazione di cavi.
Il meccanismo mi fu subito chiaro. Quando bisognava spostare qualcosa di pesante, assegnavano il compito a quei poveretti a righe, che si materializzavano neanche fossero sbucati dalle profondità della terra e sciamavano in massa intorno al tubo, alla valvola o al cavo per riuscire a sollevarlo. Ne servivano tanti perché erano debolissimi. Alcuni camminavano chini sotto il peso di grossi sacchi di cemento, altri spingevano a fatica le carriole. I capicantiere gli stavano addosso, brandendo bastoni o grandi funi annodate, che usavano come brutale incitamento.

Erano i criminali reclutati come kapò, prigionieri a loro volta che tuttavia avevano potere di vita e di morte su tutti gli altri, e non si facevano scrupolo a esercitarlo.
Li odiai a prima vista. Quasi subito assistetti al primo pestaggio, e stentai a credere che la vita in quel luogo valesse così poco. Persino nel deserto alla morte si tributava un minimo di rispetto. Là essa non meritava il prezzo di una pallottola. Per finire gli uomini a righe bastavano anfibi e bastoni.
Da principio ci tennero separati dai prigionieri ebrei. Se uno di loro ci rivolgeva la parola rischiava di essere fucilato, o ammazzato di botte. A sera noi tornavamo al nostro campo quasi decente e loro venivano portati via, Dio solo sa dove.
Quella fabbrica gigantesca veniva costruita per conto di un colosso della chimica, la IG Farben, e doveva servire alla produzione di buna, una gomma sintetica, e di un carburante al metanolo: entrambi materiali destinati allo sforzo bellico di Hitler. Il cantiere si estendeva per più di tre chilometri in lunghezza e per quasi due di profondità. All’interno della recinzione di filo spinato, disposto in una griglia enorme, c’era un numero incalcolabile di singoli bau, o capannoni, il tutto dominato da un gigantesco impianto industriale con quattro altissime camini.

Noi lo chiamavamo Queen Mary, come la nave da crociera con i suoi tre fumaioli. Non dovevamo essere molto forti in aritmetica. Edifici, torri e camini venivano costruiti dappertutto, con impalcature e impianti di scolo su scala ciclopica, e ogni settore era attraversato da un binario a scartamento ridotto, per consegnare quanto serviva a edificare e rendere produttivo il complesso.
Dovunque, in ogni angolo e nicchia di quell’incubo industriale, si vedevano accasciate povere creature nelle loro luride uniformi a righe, troppo deboli per reggersi in piedi, figuriamoci per sollevare e trasportare carichi. Ormai avevo capito che quello non era un normale campo di lavoro. I prigionieri venivano deliberatamente ammazzati di fatica. Era l’inferno in terra. Non ci sono altre parole per definirlo. Niente erba, niente vegetazione da nessuna parte, solo fango d’inverno e polvere d’estate. La natura – per non parlare del suo Grande Architetto – aveva abbandonato a se stesso quel luogo. Per tutto il tempo che rimasi là non vidi mai né una farfalla, né un uccello, né un’ape. Presto fu evidente che le guardie non potevano imporre una separazione rigorosa tra i gruppi di prigionieri. Ciò rallentava i lavori, che andavano portati a termine prima possibile. Così cominciammo a lavorare fianco a fianco con gli ebrei. Da quel momento in poi condividemmo la loro fatica, ma non le frustate e le esecuzioni arbitrarie.

Noi non eravamo destinati allo sterminio, loro sì. Era questa la differenza. Il vento da ovest portava da camini più distanti un odore dolciastro e nauseabondo.
Per qualche giorno lavorai accanto a un poveretto, credo si chiamasse Franz. Avevo cominciato a distinguerlo tra la folla. Poi un giorno non lo vidi più. Approfittai di un momento di distrazione dei kapò e chiesi a uno dei compagni del suo kommando cosa gli fosse capitato.
L’uomo sollevò le mani verso il cielo, e disse: «È passato per il camino». Finalmente compresi. Quelli troppo deboli per lavorare venivano uccisi e bruciati. L’odore che ristagnava nell’aria proveniva dai camini del crematorio poco lontano. Adesso sapevo la verità, ma sentirlo dire non mi bastava.
Durante una marcia di ritorno al cantiere della IG Farben scoppiò un tafferuglio tra alcuni prigionieri inglesi e le guardie della Wehrmacht, o posten, come venivano chiamati. I nostri ragazzi li stuzzicavano con gesti e versi sprezzanti, e io mi ci ritrovai in mezzo. Finì in rissa, e altri posten si intromisero per cercare di riportare la situazione sotto controllo, strattonandoci e prendendoci a spintoni.

Il feldwebel – “sergente” – urlava degli ordini. Era un tizio alto e mi puntò gli occhi addosso appena emersi dalla mischia. Strappò un fucile a un posten, lo impugnò come un bastone, con entrambe le mani, e lo sollevò in aria facendo per colpirmi con tutte le sue forze. Io vidi arrivare il colpo e lo schivai. Ci fu uno schianto, un rumore di ossa fratturate. La bastonata aveva centrato sul lato del cranio uno dei tedeschi alle mie spalle. Stramazzò all’istante, con la faccia sfigurata.
Una randellata in piena tempia con il calcio di un fucile da quattro chili non perdona. Se non era morto sul colpo, comunque non gli restava molto da vivere. Tornammo in fila e ci preparammo alla rappresaglia. Non accadde nulla. Quel feldwebel non lo rividi mai più.
© 2011 Newton Compton editori s.r.l. Roma

Tratto da Denis Avey, Rob Broomby, Auschwitz. Ero il numero 220543, Newton Compton

Denis Avey è nato nell’Essex nel 1919, si è arruolato nel 1939 nell’esercito britannico e ha combattuto nel deserto durante la seconda guerra mondiale. Dopo essere stato catturato, viene trasferito prima in Italia e poi nel campo di prigionia vicino ad Auschwitz III. Alla fine del conflitto, riesce tra mille peripezie a tornare nel Regno Unito, dove vive tutt’ora. È stato insignito dall’ex Primo Ministro inglese, Gordon Brown, della medaglia d’onore come eroe dell’Olocausto. Grazie a Rob Broomby, giornalista della BBC, la storia di Avey è finalmente diventata di pubblico dominio, prima con un documentario e poi con un libro tradotto in tutto il mondo.

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