Haiti, due anni dopo il sisma è ancora emergenza

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Soldi mai spesi, pastoie burocratiche e limiti nella cooperazione internazionale: a 24 mesi dal terremoto, 500mila persone vivono in tendopoli, solo il 2% della popolazione accede all'acqua potabile e il colera è endemico. VIDEO E FOTO

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di Tiziana Prezzo


Maurice comincia a muoversi nella sua tenda che fuori è ancora tutto quieto e buio. Quello che inizia è un giorno importante: il primo in una vera scuola, con i muri in mattoni e un cortile dove giocare con centinaia di altri bambini. Certo, c'è l'inconveniente del lungo tratto di strada da fare a piedi, ma è ben poca cosa rispetto al disagio di non avere più una casa da due anni. Da quando, cioè, il 12 gennaio 2010 il terremoto di Haiti (di magnitudo 7 sulla scala Richter) ha distrutto la sua abitazione e quella di un altro milione e mezzo di persone.
E poco importa se la precedente "casa" in cui è cresciuto era una catapecchia di una delle tante slum che affollano la capitale Port-au-Prince: era il posto al quale tornare ogni giorno, dove ritrovarsi con la sua famiglia che, come qualunque altra in questa città di tre milioni di abitanti, è stata toccata da una tragedia che ha provocato almeno 220mila vittime. Nel campo di Marassa dove Maurice vive ci sono altre tremila persone che si spartiscono 8 latrine in tutto per i loro bisogni.

Ecco perché non deve stupire se, camminando tra una tenda e l'altra, si trova una donna che a seno scoperto e con una bacinella in  mano si lava come può e canta.
E non scandalizza certo il bambino piccolo che fa la cacca immediatamente davanti all'ingresso della tenda, accovacciato davanti allo sguardo stanco della madre. O qualche adulto che urina in piedi in un angolo dando semplicemente le spalle a chi passa. Sono 35 i casi di colera accertati in questo campo negli ultimi due mesi. Appaiono persino pochi, se si considera che questa gente quotidianamente si lava, cucina e beve da un unico punto del campo dove viene pompata acqua che certo potabile non è. Ma, come spesso accade qui a Port-au Prince, al momento alternativa non esiste.
Le autorità locali non hanno mai ufficializzato quello che a microfono spento ci dicono nel campo logistico della Croce Rossa Internazionale: ormai il colera è endemico sull'isola e così resterà per un lungo tempo a venire. Problema che si aggiunge a una miriade di altre questioni non risolte, nonostante gli sforzi della comunità internazionale, l'impegno e la buona fede di molti ma non certo di tutti.
Ecco perché, Emmauelle Schneider, portavoce dell'Ocha (l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa del coordinamento degli affari umanitari) si impappina ripetutamente quando tocchiamo il tema del livello minimo di igiene e di un sistema di acqua potabile che dovrebbero essere garantiti nei campi degli sfollati: almeno 500mila persone ad Haiti vivono ancora in soluzioni pensate per essere provvisorie, mentre circa metà delle macerie non sono ancora state rimosse.
Considerati i ritmi estremamente lenti con cui avanza la ricostruzione, diventa spontaneo chiedersi  quanto le attuali disparità tra chi vive ancora sotto quattro stracci e chi in una baracca  prefabbricata più idonea a resistere agli uragani e alle abbondanti piogge del periodo estivo, non siano ulteriore motivo di tensioni sociali.

Alla vigilia del secondo anniversario, in migliaia di haitiani si sono riversati in strada con cartelli,  striscioni e cappellini di paglia in testa per rivendicare il proprio diritto, garantito dalla  Costituzione, ad avere una casa. Il vasto consenso ottenuto meno di un anno fa dall'ex cantante di kompa e  ora presidente Michel Martelly rischia di ridursi di molto e in fretta se le cose non  cambieranno. E molto difficilmente ciò accadrà.
Un rapporto ufficiale delle Nazioni Unite all'indomani del sisma descriveva come "senza precedenti" la mole di aiuti promessi dalla comunità internazionale. Cosa allora è andato storto?
Innanzitutto, spiega Josef Leitman, attuale responsabile dell'Haiti Reconstruction Fund, solo una minima parte dei soldi fin qui promessi, sono effettivamente arrivati sull'isola e sono stati utilizzati. Il resto giace ancora in un limbo strano fatto di pastoie burocratiche, indecisioni e ripensamenti.
A questo proposito può essere illuminante leggere il rapporto, presentato a fine novembre 2011 davanti alla commissioni del Congresso americano da parte del Gao (il Government Accountability Office) in cui viene scritto che uno dei principali motivi per cui la costruzione di infrastrutture ad Haiti ha subito gravi ritardi è che solo lo 0.8% dei 411,6 milioni di dollari destinati per questo scopo dall'agenzia governativa Usa e dal Dipartimento di Stato americano sono stati effettivamente spesi.

Il dramma di Haiti diventa quindi l'ennesima opportunità per ripensare la cooperazione internazionale. "E' mancato il coordinamento", ci è stato ripetuto da più parti. Un coordinamento che spettava alle Nazioni Unite e che è stato reso difficile non solo dalle dimensioni del disatro, non solo dal fatto che tra le centinaia di migliaia di morti sono venuti a mancare anche 16mila funzionari statali e il governo locale è stato di fatto inesistente per un lungo periodo. A rendere più complicato il tutto ha contribuito anche un altro aspetto:immediatamente dopo il sisma si sono precipitate centinaia di Organizzazioni Non Governative che mai erano state prima sull'isola, che non si sono mai registrate all'Ocha, e che Schneider non esita a definite quanto meno "opache" nel loro modo di essere e agire.
Accanto a queste realtà, ci sono anche quelle come il Saint Damien, l'unico ospedale pediatrico esistente in tutto il Paese  grazie ai soldi raccolti dall'organizzazione NPH guidata da un prete cattolico, Richard Frechette. Padre Rick da più di vent'anni si è trasferito qui dagli Stati Uniti. Se l'ospedale continua ad operare e a crescere nel numero e nella qualità dei servizi forniti alla popolazione, lo si deve anche a un indomito gruppo di donne italiane che, guidate da Mariavittoria Rava, gestiscono una fondazione omonima, ormai presenta ad Haiti da 10 anni. Andrea Bocelli, da anni testimonial della Fondazione Francesca Rava in sostegno al lavoro di padre Rick Frechette in Haiti, ha rinnovato l'appello per non dimenticare Haiti (guarda il video). Ed è proprio grazie ai soldi raccolti da questa fondazione che Maurice, e centinaia di altri bambini, possono ora andare alla scuola "Angels of light". E sognare per il proprio Paese un futuro migliore.

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