Egitto, tensione in piazza. I militari: presto nuovo governo

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Un’altra giornata di passione al Cairo: migliaia di manifestanti in strada per protestare contro la giunta militare. Tantawi parla alla nazione: "Siamo disponibili a un referendum sul nostro ruolo". Il ministro italiano Terzi: "C’è preoccupazione"

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(in fondo all'articolo tutti video sulle proteste in Egitto)

Al quarto giorno di protesta, la tensione resta altissima al Cairo. Nel pomeriggio di martedì 22 novembre migliaia di egiziani sono tornati in piazza Tharir per un’altra grande manifestazione contro il potete militare.
In piazza Tahrir si è celebrato anche il funerale di uno degli attivisti uccisi, la cui bara è stata portata a spalla da attivisti.

I militari accettano le dimissioni del governo - I militari hanno accettato le dimissioni del governo di Essam Sharaf e presto sarà nominato un nuovo governo che gestirà il potere fino alla conclusione delle elezioni, che si svolgeranno secondo il calendario previsto, mentre il nuovo presidente dell'Egitto sarà eletto entro giugno prossimo.
Il Consiglio supremo delle Forze armate egiziane inoltre si è detto disponibile a un "referendum" sul ruolo dei militari nell'attuale fase della vita politica del Paese. "Noi", ha detto il capo del Consiglio, Hussein Tantawi, "siamo disponibili ad ascoltare la volontà del popolo sulla nostra continuità alla guida del Paese, anche se questa volontà venisse espressa in forma referendaria".
Le elezioni presidenziali  in Egitto si terranno "entro fine giugno" 2012, ha confermato  Hussein Tantawi che ha quindi ribadito che le elezioni in Egitto "si terranno secondo il calendario stabilito". Lunedì nel Paese arabo iniziano le elezioni parlamentari che si svolgeranno in tre fasi.

Ipotesi El Baradei premier - Alla manifestazione non partecipano i Fratelli Musulmani che invece hanno aperto all'appello al dialogo lanciato dalla giunta, che ha fissato un incontro con le forze politiche.
Dopo le dimissioni offerte dal governo guidato da Essam Sharaf - e respinte dai militari, almeno secondo quanto riportato dalla tv di Stato egiziana - il Consiglio militare starebbe valutando l'ipotesi di nominare uno dei volti della rivolta di febbraio, Mohamed El Baradei come nuovo premier: così almeno affermano fonti politiche citate dalla tv Al Hayat. Secondo una fonte militare sentita dal quotidiano Al Ahram, invece, la giunta starebbe ancora riflettendo se accettare o meno il passo indietro di Sharaf.

Il ministro degli Esteri italiano: "C'è preoccupazione" - “Ho avuto modo di constatare la preoccupazione diffusa che esiste nel mondo arabo per quanto sta avvenendo in Egitto. Il percorso di democrazia deve proseguire nel rispetto della legalità e nel rispetto della non violenza”. Lo ha detto a Sky TG24 Pomeriggio il neoministro degli Affari Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata. “L’esercito è stato una parte positiva nella prima fase del grande rivolgimento che ha attraversato il Paese, è stato elemento di garanzia verso un percorso verso la democrazia – ha aggiunto il titolare della Farnesina - Ma ci sembra che questo percorso sia molto lungo e non risponde alla fretta della popolazione che lamenta i mali del passato regime. Le violenze di queste ore a piazza Tahrir sono inaccettabili e i responsabili devono essere portati in giudizio. Credo che la dirigenza militare abbia l'intenzione, anche sincera, di essere un elemento positivo nella stabilizzazione dell'Egitto”.

La denuncia di Amnesty
- Intanto da Amnesty International arriva una denuncia alla situazione nel Paese: i militari al potere sono venuti completamente meno alla promessa di migliorare i diritti umani e si sono resi invece responsabili di un catalogo di violazioni che in alcuni casi hanno persino superato quelle dell'era di Hosni  Mubarak. E' quanto si legge in un rapporto dal titolo "Promesse mancate"
"Attraverso l'uso delle corti marziali per processare migliaia di civili, la repressione delle proteste pacifiche e l'estensione dello stato d'emergenza in vigore all'epoca di Mubarak, il Consiglio  ha perpetuato la tradizione di governo repressivo da cui i manifestanti del 25 gennaio avevano lottato così duramente per liberarsi" ha detto Philip Luther, direttore di Amnesty per il Medio  Oriente e l'Africa del Nord.

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