L'Argentina cerca giustizia per gli anni bui del regime

"L’angelo della morte" Alfredo Astiz condannato all'ergastolo
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Il lungo processo per i crimini dell'Esma, il lager più grande dell’ultima dittatura militare, ha portato alla condanna all'ergastolo di personaggi simbolo come “l’angelo della morte” Alfredo Astiz. E altri paesi sudamericani vogliono seguirne l'esempio

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di Emiliano Guanella

La giustizia, anche dopo trent’anni, arriva in Argentina e si espande anche nei paesi vicini. Le sentenze di condanna arrivate alla fine del lungo processo per i crimini commessi alla Esma, il lager più grande dell’ultima dittatura militare (1976-1983), hanno soddisfatto l’opinione pubblica di un paese che faticosamente, ma a passo deciso sta ricostruendo gli orrori del regime e punendo i responsabili. Non è stato il primo processo tenutosi da quando sono cadute le cosiddette leggi dell’impunità, che garantivano appuntato l’impunità agli ex militari, ma sicuramente quello più importante perché alla sbarra c’erano personaggi diventati uno stesso simbolo degli anni bui, come l’angelo della morte Alfredo Astiz (condannato all'ergastolo) o il torturatore Ricardo “Serpico” Cavallo.

Astiz, ufficiale della marina esperto in spionaggio, non ha mai rinnegato quello che ha fatto e ha difeso il suo operato di “servitore dello Stato” in aula davanti agli occhi esterefatti dei giudici. La Esma, scuola di meccanica della marina, oggi è diventato uno spazio per la memoria, una specie di Auschwitz argentina dove si cerca di sensibilizzare su quanto accaduto soprattutto le giovani generazioni. Dopo esser stati seviziati per settimane i detenuti venivano gettati in mare drogati dai "voli della morte".

I famigliari delle vittime ringraziano soprattutto il governo della presidente Cristina Fernandez de Kirchner che, assieme al marito e a sua volta ex presidente Nestor, defunto un anno fa, è stata la principale sostenitrice della magistratura. Il percorso della giustizia non finisce qui; ci sono altri quattordici inchieste aperte, che coinvolgono più di ottocento inquisiti, la metà dei quali sono in carcere. Un’esperienza inedita al mondo se si pensa ai paesi usciti da regime dittatoriali o di segregazione razziale o politica, dove la tendenza è quella della riconciliazione e amnistia. Niente di simile è successo nel Sudafrica post apartheid, né in altre giovani democrazie in Africa o Asia.

Un caso, quello argentino, che sta dando l’esempio per altri paesi sudamericani che stanno iniziando a eliminare le barriere che hanno impedito finora di indagare sui crimini commessi. In Cile la magistratura ha aperto una dozzina di cause contro alcuni agenti segreti al servizio di Pinochet, in Uruguay il parlamento ha abolito la legge che prescriveva d’ufficio i resti commessi dal regime, in Brasile è stata istituita una speciale "Commissione della verità" su iniziativa della Corte suprema, che avrà la missione di ricostruire le dinamiche della scomparsa di oltre quattrocento persone.
Decisioni influenzate dai rispettivi presidenti, che hanno vissuto in carne e ossa gli orrori del regime. La brasiliana Dilma Roussef è stata rinchiusa in un carcere di San Paolo per un anno durante il regime, l’uruguaiano Josè Mujica, membro del gruppo guerrigliero Tupamaros, ha passato tredici anni in una cella di due metri per due, un’esperienza raccontata in un libro diventato un classico in Sudamerica “Memorias dal calabozo”. Ovunque si tratta di una lotta contro il tempo, già che i carnefici hanno ormai un’età avanzata. Per i famigliari delle vittime è una battaglia che non deve finire mai. "Ho passato gli ultimi trent’anni della mia vita a lottare per avere giustizia – ha detto l’italo-argentina Lita Boitano, madre di due ragazzi scomparsi sotto il regime – non posso certo demordere adesso, lo faccio per i miei figli, ma anche per il futuro del mio paese".

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