Tunisia, da Ben Alì all'Islam (moderato?): i dubbi in Rete

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Tra delusione e preoccupazione, i tunisini online commentano a caldo la vittoria del partito conservatore. Ma c’è anche chi si mostra scettico e arriva a ipotizzare la fine della "Primavera Araba"

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di Nicola Bruno

I risultati definitivi non sono ancora arrivati, ma sono bastati quelli provvisori - che danno il partito islamico moderato Ennahdha in netto vantaggio sugli avversari (nella serata di martedì 25 ottobre, citando i propri dati, Ennahdha ha annunciato la propria vittoria) - per scatenare un fiume di reazioni in rete. Dove, nel corso della giornata, la maggior parte degli utenti sono sembrati amareggiati per le conseguenze di questo voto che potrebbe trasformare il sogno della “Primavera Araba” in un “Rinascimento Islamico”.

RITORNO ALL’ISLAM? - Una delle immagini che circolano di più tra gli utenti tunisini su Facebook la dice lunga sulle preoccupazioni del dopo-voto. Si vede un signore con quattro spose al fianco e una descrizione del profilo “sposato con 1)... 2)... 3)... 4)....”. Un’altra immagine altrettanto popolare ritrae invece un letto a cinque piazze. Sono entrambi chiari riferimenti alla tradizione poligamica sancita nel Corano, secondo cui un uomo può sposare fino a quattro donne. C’è il timore, insomma, che dal regime autoritario (in quanto a libertà di espressione) ma liberale (sul fronte religioso) di Ben Alì, si passi ora ad una restaurazione conservatrice, con i valori islamici presto reintrodotti nella società. Per quanto Ennahdha spinga molto per presentarsi come un partito moderato, ispirato all’AKP turco di Erdogan, molti utenti sono scettici: “Sembra un déja vu. Non c’è libertà con gli islamisti. Chiedete pure ai cittadini dell’Iran”. Altri condividono video in cui si avvicina il partito vincitore ai politici del Sudan.
Si aggiunga a ciò - come sottolinea il New York Times - l’effetto onda che potrebbero avere le elezioni tunisine: anche in Egitto i Fratelli Mussulmani sono dati tra i favoriti delle elezioni previste per il prossimo mese.

IL 40% NON E’ LA MAGGIORANZA DEL PAESE - In tutto ciò, molti tunisini stanno protestando a gran voce contro la copertura delle elezioni data dai media stranieri (soprattutto francesi), che dipingono un paese i cui sogni di libertà si sono infranti in un ritorno all’Islam. “Oggi mi sono svegliata in un paese arabo-mussulmano la cui maggioranza dei cittadini non ha votato per un partito di ispirazione religiosa - scrive la blogger tunisina Sarah Ben Hamadi - Ennahdha non ha la maggioranza dei seggi come tendono a far credere i media francesi, gli stessi che per due decenni hanno chiuso gli occhi di fronte alla dittatura di Ben Alì”. Stesso concetto è veicolato da un’altra immagine che oggi va alla grande online: “Non avete visto la dittatura. Ora vedete gli Islamici”. E così sembrano pensarla anche alcuni utenti italiani, che nella giornata hanno discusso dei risultati della Tunisia su Twitter facendo diventare trending-topic l’hashtag #TunisiaTalk: “La paura dell'islamismo mi sembra una paura colonialista. Forse ci si era dimenticati della complessità della società tunisina”, scrive un utente.

TWITTER REVOLUTION? – Proprio la complessità della società tunisina, che sarebbe stata sottovalutata dagli attivisti online, è ora al centro del dibattito in rete. Come scrive un giovane simpatizzante di Ennahdha: “Noi abbiamo lavorato attivamente sul terreno. Dal nord al sud del paese la nostra campagna si è spinta fino alle zone rurali più lontane e sconosciute. Abbiamo presentato i nostri progetti e le nostre aspirazioni ai cittadini tunisini e questo ha funzionato. La passività dei partiti progressisti ha giocato in nostro favore”. Anche tra le fila dell’opposizione c’è chi è pronto a riconoscere le proprie colpe: secondo Houssein Ben-Ameur, candidato del partito liberale Congrès Pour la République, gli islamici sono riusciti ad affermarsi grazie agli errori dei partiti di centro-sinistra, che hanno demonizzato la destra, senza saper rassicurare una popolazione che ancora si riconosce nei valori religiosi.
Un’ulteriore riprova, quindi, che la “rivolta del gelsomino”, non è stata una Twitter Revolution guidata dagli attivisti digitali (come hanno scritto tanti media occidentali), ma una protesta nata dal basso, a partire da precise esigenze sociali ed economiche. A sottolineare questo aspetto è anche Donatella Della Ratta, esperta di media arabi, in questi giorni a Tunisi: molti intellettuali “si sono ritirati nei saloni delle proprie case (...) e lasciato le strade ad altri”; allo stesso tempo, continua Della Ratta, “non si può nemmeno pretendere che un Medio Oriente democratico non sia un Medio Oriente Islamico, per lo meno in una prima fase”. È quello che dicono anche altri utenti su Twitter: “Possono non piacere i risultati delle elezioni, ma bisogna per lo meno rispettare ciò per cui hanno votato i cittadini”; “Preferite davvero una dittatura brutale ad un islamismo moderato eletto liberamente?”.

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