Ordinati e rigorosi. Le storie degli Indignati di Londra

Indignati a Londra - Occupy the London Stock Exchange
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Armati di tende e sacco a pelo occupano l'area davanti alla cattedrale di Saint Paul. "La mattina puliamo, il pomeriggio facciamo l'assemblea". Protestano contro il sistema che ha trascinato il paese nella crisi. "Non ce ne andremo" dicono a Sky.it

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di Alberto Giuffrè

"Ore 8, pulizia della piazza. Ore 1 pm, assemblea generale". A seguire, l'incontro sui temi economici. Indignati sì, ma anche ordinati e rigorosi, stando agli appuntamenti del giorno scritti su una lavagna. Si presentano così i ragazzi di Occupy the London Stock Exchange, che da sabato 15 sono accampati davanti alla cattedrale di Saint Paul. Avevano provato ad occupare la sede della borsa di Londra, poco distante dalla chiesa, ma la polizia li ha respinti. Così hanno ripiegato sulla piazza più vicina che, ironia della sorte, si chiama Tahrir Square. Come il luogo simbolo della rivolta egiziana.
E' stata proprio la primavera araba a ispirare gli indignati spagnoli che con la loro protesta anticapitalista iniziata a maggio (LE FOTO) hanno contagiato più di novecento città in tutto il mondo, Stati Uniti in testa; prima a New York con Occupy Wall Street, poi in altri Stati. (Guarda la mappa delle proteste in tutto il mondo).

A Londra le tende davanti a St. Paul sono 150, ma il numero aumenta di giorno in giorno tanto che si sta pensando a un possibile trasloco in un luogo più grande. I protagonisti sono ventenni e trentenni, in prevalenza inglesi ("C'è anche un italiano - ci dicono - ma viene a trovarci la sera, quando ha finito di lavorare"). Attorno a loro ci sono soprattutto i turisti, che ne approfittano per portare a casa una versione alternativa della solita cartolina. Ma c'è anche la polizia. Niente spiegamenti di forze. Solo una decina di bobbies sparpagliati nei vari angoli della piazza. L'atmosfera è tranquilla anche se sabato 15 non sono mancati attimi di tensione quando, durante la manifestazione, sono state arrestate 8 persone.
"Ma questa è e rimane una protesta pacifica", racconta a Sky.it Joe Spence, 23 anni. Lavorava come insegnante poi, "per colpa dei tagli del governo", è stato licenziato. Lo stesso è accaduto a sua madre, lasciata a casa di punto in bianco e costretta a vendere la sua abitazione. Storie comuni in un Paese in cui ad agosto il tasso di disoccupazione si è attestato all'8,1%, ai massimi dall'ottobre 1994. E dove a pagare sono soprattutto i ragazzi tra i 16 e i 24 anni: quasi un milione, secondo gli ultimi dati, sono quelli senza un lavoro.

Joe ci tiene a mostrare l'organizzazione della protesta. E lo fa partendo dalla tenda più grande, in cui si svolgono le assemblee e i dibattiti. Ogni giorno un tema diverso, dalle politiche militari al capitalismo. In un altro spazio, accanto ai bidoni per la raccolta differenziata, c'è un banchetto dove viene distribuito cibo gratis 24 ore su 24. Pollo, biscotti, dolci e bibite. Tutto arriva grazie alle donazioni: "Anche qualche lavoratore della City è venuto a regalarci qualcosa", dice sorridendo Joe. Per un movimento come Occupy, che da locale è diventato globale, non può mancare la comunicazione su Internet. Così una delle tende ospita un Media Centre, alimentato grazie a un generatore di corrente. Da qui vengono aggiornati il sito, la pagina Facebook e l'account su Twitter. E da qui parte lo streaming audio e video che consente a tutti di seguire ogni momento della giornata. Immagini che partono e immagini che arrivano. Come quelle degli scontri di Roma: "Abbiamo visto le devastazioni. E' accaduto qualcosa di simile anche da noi con le rivolte dello scorso agosto". Niente a che vedere con questa mobilitazione in cui al massimo, racconta il Guardian, c'è stata solo qualche accesa discussione tra manifestanti e lavoratori della City.

E la chiesa anglicana? Il reverendo Gilles Fraser, canonico di St. Paul, aveva sottolineato il diritto alla protesta dei giovani precisando in seguito, con una nota, la necessità di non ostacolare i fedeli e i turisti. Richiesta accolta dai manifestanti, alcuni dei quali hanno anche partecipato alle funzioni di domenica 16.
"Le nostre tende si trovano proprio a ridosso delle mura della cattedrale ma non abbiamo fatto graffiti. Tutti i manifesti con gli slogan anticapitalisti li abbiamo attaccati dall'altra parte della piazza, davanti ai negozi" spiega Joe. Tutti tranne uno striscione, il più grande, che campeggia davanti a St. Paul: "Capitalism is crisis’" si legge. "Il nostro  - aggiunge - non è il solito anticapitalismo. La nostra denuncia è contro il sistema che ci ha portato in questa situazione. Che ha cambiato il nostro modo di vivere, la nostra cultura".
Fino a quando pensate di restare? "Non ce ne andremo, vogliamo solo far conoscere a tutti le nostre idee, vogliamo invitare i cittadini a partecipare insieme a noi".

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