L'Assemblea Onu si divide sul destino della Palestina

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"L'Anp negozi con Israele" dice Barack Obama a proposito del riconoscimento dello Stato da parte delle Nazioni Unite. E aggiunge: "No a scorciatoie". Sarkozy propone lo status di Stato osservatore. La Ue fatica a trovare una posizione comune

Il dibattito sul possibile riconoscimento di uno Stato palestinese ha infiammato il Palazzo di Vetro nella prima giornata di dibattito della 66ma Assemblea generale, tra l'apertura di Nicolas Sarkozy e la frenata di Barack Obama. Ma soprattutto rischia di segnare una spaccatura dell'Ue, che fatica a trovare una posizione comune che non è favorita da
sortite come quella del presidente francese. Posizioni opposte, infatti, quelle francesi e americane sul tema. Con Nicolas Sarkozy che ha proposto che ai palestinesi venga concesso lo status di Stato osservatore e Obama che ha di fatto ribadito la volontà di impedire una prospettiva del genere.

Riconoscimento dello Stato Palestinese - C'era grande attesa per gli interventi sulla questione palestinese. Venerdì 23 settembre, infatti, Abu Mazen, presidente dell'Anp (Autorità nazionale palestinese) presenterà istanza al Palazzo di Vetro per l'ammissione della Palestina come 194esimo membro dell'Onu. Si tratta dunque di una richiesta di riconoscimento e ammissione di uno Stato sovrano separato da Israele dai confini del 1967. A quanto si apprende, però, Abu Mazen non richiederà che il Consiglio agisca immediatamente.

Favorevoli o contrari al riconoscimento dello Stato Palestinese -
La richiesta dei palestinesi di essere riconosciuti come Stato delle Nazioni Unite avrà due tappe: la prima al Consiglio di Sicurezza, che andrà a vuoto perché gli Stati Uniti porranno il loro veto, e quindi all'Assemblea Generale, dove ci sono diverse posizioni. Il fronte del no è rappresentato da Israele e Stati Uniti. Spesso, all'Assemblea Generale alcune piccole isole - da Narau alle Isole Marshall - si allineano alla posizione Usa. Molti delegati potrebbero astenersi o non presentarsi in aula. Il fronte del sì va, invece, dai Paesi musulmani (Algeria, Indonesia, Libano, Libia, Oman, Pakistan, Qatar, Siria) all'Iran, alla Turchia, alla maggior parte dei Paesi di Africa e America del Sud (con la sola eccezione della Colombia). I diplomatici palestinesi al Palazzo di Vetro sostengono di poter contare su 128 voti favorevoli. 
Tra gli indecisi figura L'Unione europea. Si cerca un compromesso tra il fronte "pro Palestina" (Belgio, Cipro, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Norvegia, Portogallo, Spagna e Svezia) e quello dei Paesi che non condividono a pieno l'idea del riconoscimento e che insistono per la ripresa di negoziati diretti tra le parti (Germania, Italia, Olanda, Polonia e Repubblica Ceca). Gran Bretagna e Francia non hanno finora espresso una posizione chiara.

Sarkozy contro Obama - La ricetta di Sarkozy prevede "un cambiamento di metodo", in cui venga stilato un calendario "ambizioso", ovvero una road map che scandisca le tappe fino ad una soluzione da raggiungere entro un anno. Nel frattempo, ai palestinesi l'Onu conceda, con una risoluzione condivisa, lo status provvisorio da Stato Osservatore. Certo, ha aggiunto, in questo caso i palestinesi si devono impegnare a non avviare "azioni che siano incompatibili con la continuazione dei negoziati". Vale a dire, non dovrebbero avviare azioni legali contro Israele presso la Corte penale internazionale, come lo status di Stato osservatore gli consentirebbe.
Solo poco prima Obama aveva solennemente bocciato dallo stesso podio la prospettiva di una richiesta di riconoscimento da parte dei palestinesi.

Obama: "Nessuna scorciatoia" - Barack Obama ritiene infatti che i palestinesi "meritino" uno Stato indipendente, ma che "non ci sono scorciatoie per porre fine a un conflitto durato decenni". Nel suo intervento all'Assemblea Generale dell'Onu, ha dunque affermato che "la pace non verrà ottenuta attraverso dichiarazioni e risoluzioni alle Nazioni Unite. Se fosse così facile - ha aggiunto- sarebbe già stata raggiunta". La pace si fonda sui "compromessi tra popoli, che dovranno vivere assieme a lungo dopo che i nostri discorsi saranno finiti e i nostri voti saranno stati contati".
Vogliamo un futuro "in cui i palestinesi vivano in un loro Stato sovrano, senza limiti per ciò che possano raggiungere", ha detto il presidente americano, aggiungendo che "non c'è dubbio che i palestinesi hanno visto questa prospettiva ritardata troppo a lungo".
Obama ha quindi ribadito "l'impegno dell'America verso Israele", sottolineando che "ogni pace duratura deve riconoscere le vere preoccupazioni per la sicurezza che Israele deve affrontare ogni giorno". 

Oltre al riconoscimento dello Stato palestinese, Obama ha parlato anche della crisi in Siria e delle difficoltà economiche che stanno investendo il Nuovo e Vecchio Continente.

Occorre sanzionare Damasco - Altro tema caldo, la situazione in Siria. "Per il bene della Siria, e della pace e della sicurezza del mondo, dobbiamo parlare con una sola voce - ha esortato il presidente Usa - Non esiste nessuna scusa per la mancanza di azione. Ora è il momento che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sanzioni il regime siriano e si schieri a fianco del popolo siriano", ha dichiarato.

Crisi, serve un'azione urgente - E serve una voce sola anche per far fronte alla crisi economica globale. "Stiamo a fianco dei nostri alleati europei, che stanno rimodellando le loro istituzioni e affrontando i loro problemi fiscali - ha detto - Per quanto riguarda gli altri Paesi, le autorità si trovano di fronte una sfida differente, con le loro economie che vanno verso una maggiore affidabilità, stimolando la domanda interna e tenendo a bada,
allo stesso tempo, l'inflazione". "La ripresa economica è fragile, i mercati sono volatili e troppe persone sono senza lavoro" ha sottolineato ancora il presidente Usa.

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