Il parà italiano: "Ecco come l'11/9 mi ha cambiato la vita"

Nella foto un momento dell'operazione congiunta tra forze militari afghane e i parà della Folgore per la messa in sicurezza di villaggi nella provincia di Herat
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Il caporalmaggiore Stefano La Mattina è stato ferito in Afghanistan, nell'ambito della missione Isaf nata dopo gli attentati terroristici. "Ogni giorno lotto per recuperare l'uso del braccio. Voglio tornare in missione, è la mia vita". L'INTERVISTA

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di Pamela Foti

“Avevo 14 anni, ero seduto sul divano e guardavo la tv. A un certo punto ho visto il primo aereo, poi il secondo. Non ho capito subito cosa stesse succedendo. E ancora non sapevo che quell'11 settembre 2001 avrebbe in un qualche modo cambiato la mia vita”. Il caporalmaggiore Stefano La Mattina è nato a Mombaruto, in provincia di Asti, oggi ha 25 anni ed è paracadutista dell’11˚ compagnia Peste, 186esimo reggimento della brigata Folgore. Da ormai due anni la sua vita è scandita dalla sedute di fisioterapia, dalla ginnastica e dagli esercizi in acqua. Ha già subito 7 interventi e a novembre sarà operato di nuovo. Il 23 settembre 2009 mentre era in missione in Afghanistan nell'area di Shindad, nell'ovest del Paese - nell'ambito delle operazioni militari internazionali avviate dopo gli attentati terroristici alle Torri Gemelle -  è stato ferito durante un’imboscata: un proiettile lo ha colpito vicino al gomito ed è uscito dalla spalla. Ha rischiato l'amputazione dell'arto.

“Il braccio, ormai senza controllo, mi è arrivato in faccia con grande violenza. Mi ha colpito il volto facendomi uscire sangue dal naso. Poi l’ho sentito pendere sul fianco. Era rimasto attaccato al mio corpo solo per un lembo. Non ho mai perso conoscenza – racconta a Sky.it - Mi ricordo tutto di quegli attimi. Il mio era il secondo convoglio del plotone, non appena il primo è stato attaccato siamo intervenuti per cercare di metterlo in sicurezza, poi ho guardato verso destra ed è in quel momento che ho visto un tiratore appostato sul tetto di una casa. Poi lo sparo, il braccio a penzoloni, i commilitoni che corrono intorno a me”.

L’impegno italiano in Afghanistan è iniziato il 18 novembre 2001 con l’Operazione “Enduring Freedom” (conclusasi il 15 settembre 2003) una campagna militare contro il terrorismo internazionale nata dopo i fatti dell'11 settembre e a leadership Usa, che ha trovato la sua iniziale giustificazione nella legittima difesa. In parallelo alla guerra globale al terrore, la comunità internazionale ha avviato un progetto di stabilizzazione dell’Afghanistan. Dal gennaio 2002 l'Italia partecipa alla missione Isaf della Nato. Più volte messa in discussione anche dalla politica italiana, come nel caso del rifinanziamento votato dal governo nel luglio scorso. Una missione che sino ad oggi è costata la vita ad almeno 50 mila persone (quasi 2 mila soldati Nato, almeno 27 mila guerriglieri, 14 mila civili e 7 mila militari afghani).
La più impegnativa della storia repubblicana, per la quale il nostro Paese ha sostenuto i maggiori costi, tanto sul piano economico (681 milioni di euro nel 2010), quanto su quello umano, con la perdita di 40 militari.

“Dolore, tristezza e rabbia. Sono queste le prime emozioni che provo quando sento di attentati contro i miei commilitoni impegnati in teatri di guerra – racconta il caporalmaggiore - Quando poi i feriti rientrano in Italia, al policlinico militare Celio, corro subito da loro. Per ridere, scherzare, per cercare di sdrammatizzare. Non sanno ancora cosa gli aspetta, ma io ci sono passato. E' dura reagire, devi tirare fuori gli artigli, devi affrontare una sfida con te stesso. Episodi del genere ti cambiano. Impari a dare il giusto valore alle cose e alle persone”. In generale, aggiunge “lavorare in teatri di guerra ti cambia la vita. Tra i nostri compiti c’era anche quello di andare nei villaggi a portare medicinali e vestiti. Ricordo di bimbi, che potevano avere l’età dei miei cugini, litigare per una bottiglietta d’acqua oppure i loro sorrisi giganti quando gli regalavamo un gioco o la cioccolata della razione K”.
Prima di partire, però, devi essere preparato. E non solo fisicamente.
“Devi imparare a gestire la paura e l’adrenalina, devi imparare a rapportati con persone che hanno usi e costumi diversi dai tuoi. Io e i miei commilitoni abbiamo seguito diverse ore di lezione in aula sulla cultura e la religione afghana. Ad esempio, non sapevo che gli uomini non potessero guardare le donne musulmane negli occhi. Mentre ero in missione, infatti, solo le militari con il velo in testa, si avvicinavano a loro per dare medicinali. Solo in un secondo momento era concesso anche a noi comunicare con le madri e le figlie. La prima cosa da fare per poter instaurare un rapporto con la popolazione locale o anche solo consegnare aiuti, è parlare con il capo villaggio. E' un segno di rispetto”.

La Mattina, un giorno del 2007, ha lasciato il lavoro come perito elettrotecnico e ha fatto domanda per entrare nei parà. Lo ha fatto di nascosto, all’insaputa dei genitori. Quando poi è stato ferito ha chiamato casa per dire loro che era semplicemente caduto dal lince. Solo in seguito hanno scoperto la verità. “Mia madre non sa ancora che non appena avrò recuperato al 100% l’uso del braccio ho intenzione di partire. Ho intenzione di riprendermi la mia vita, e quella militare è la mia vita. Si tratta anche di una rivincita con me stesso e poi lo devo a tutti coloro che mi sono stati vicini in questo periodo".
"Certo che c’è la paura - aggiunge - non sarei umano altrimenti. Ma la paura ti aiuta a tenere alta la guardia e a non sottovalutare mai il pericolo. Grazie al duro lavoro che facciamo anche su noi stessi per poter partire in missione, impari a conoscere i tuoi limiti e i tuoi punti di forza. E impari anche a gestire la paura”.

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