Libia, scatta l'ora delle vendette incrociate

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Cadaveri di ribelli abbandonati lungo la strada, torture ed esecuzioni sommarie di presunti mercenari fedeli a Gheddafi. A Tripoli si prepara un cupo dopoguerra, il primo scomodo problema per il governo che verrà

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Ottanta persone lasciate morire di fame e di stenti nell'ospedale di Abu Salim, con le truppe di Gheddafi che impedivano l'ingresso a medici o infermieri. Oltre centoventi presunti mercenari tenuti segregati dai ribelli in una sola cella in condizioni disumane.
A Tripoli la guerra volge al termine e inizia quella terra di nessuno, tra la fine dei combattimenti e la formalizzazione di una pace in cui prendono il sopravvento le vendette incrociate e le violenze private. Mentre continua la caccia al Rais e la disinformazione dilaga su più fronti, un misto di rancori personali e motivazioni politiche rischia di portare a una feroce resa dei conti.
Secondo quanto riferito dai ribelli, per esempio, mentre la Piazza Verde veniva occupata, in un ultimo gesto di violenza e follia, il cugino di Gheddafi Nagi Al Hamir avrebbe personalmente freddato 30 persone (tra cui donne e bambini). Voci e informazioni che vanno prese con cautela  in un momento in cui ogni sospetto può servire per giustificare nuove rappresaglie.

Cnt: "Non lasciatevi andare a vendette"
- Più certa la strage attribuita alla 32esima brigata comandata da Khamis Gheddafi. 170 cadaveri di prigionieri, visti sia dall'inviato di Sky News che da quello dell'Ansa. Corpi dati alle fiamme o lasciati morire con mani e piedi legati e abbandonati in un edificio sulla strada per l'aeroporto. Tra le vittime, stando a quanto riferito da alcuni testimoni, oltre a numerosi civili, anche alcuni soldati lealisti che si sarebbero rifiutati di partecipare alla strage. Ma per le strade di Tripoli aumentano anche le esecuzioni sommarie da parte dei ribelli.
Nonostante gli appelli dei leader del Cnt, a non lasciarsi andare a vendette, sono molti testimoni a riferire che si è aperta la caccia al mercenario. Giovani dalla pelle nera, forse solo lavoratori immigrati, accusati però di essere al soldo di Gheddafi, malmenati, torturati e poi fucilati o lasciati morire per le strade.

Il precedente di Baghdad - Un rituale di sangue che si ripete alla fine di ogni guerra e il cui contenimento è quasi sempre il primo, duro, compito di ogni nuovo governo. "Non ripeteremo l'errore dell'Iraq" il vice premier del Consiglio nazionale di transizione , Ali Abdussalam, ricordando quando, nel 2003, gli Stati Uniti, forza vincitrice, sciolse polizia ed esercito iracheni per paura degli elementi fedeli a Saddam Hussein. Abolendo di fatto però anche l'unica amministrazione in grado di mantenere il controllo del territorio.

Quello che i libici vogliono ora evitare è che a Tripoli nasca una nuova Sadr City, il quartiere di Baghdad, terrore delle forze americane. L'area, occupata da almeno 3 milioni di persone, divenne dal 2003 al 2008 una zona tabù per le forze americane. Un dedalo di strade e viuzze in cui persero la vita decine, se non centinaia, di marines, e da cui partivano gli assalti ai mezzi americani in tutta la città. Solo dopo il formarsi di un governo iracheno autonomo la zona è stata in qualche modo pacificata, restando però ancora teatro di occasionali attentati in un Paese dove comunque la pace è tutt'altro che raggiunta, così come in Afghanistan, nonostante il grande impegno economico e di uomini della comunità internazionale.

Le vendette in Kosovo - Anche da regioni più piccole, apparentememte più controllabili la lezione è sempre la stessa: mai fidarsi di una pace troppo veloce. Anche in Kosovo la Nato intervenne con una missione aerea per fermare la pulizia etnica ad opera del governo serbo di Milosevic. Da aiutare, allora, c'era la popolazione kosovara albanese. Ma una volta finita la guerra, con le milizie di Belgrado che lasciavano il terreno alle truppe dell'Onu, nessuno fu in grado di risparmiare i civili serbi dalle vendette dei kosovari. A pochi giorni dalla fine dei bombardamenti, vennero uccisi 14 cittadini di etnia serba. L'inizio di un conflitto permanente che tiene impegnate ancora oggi le diplomazie europee.

La ricetta sudafricana - Insomma, le transizioni pacifiche sono rare. Sorprende, per la sua unicità, il dopo Apartheid in Sud Africa. Una politica di discriminazione, sottomissione, abusi e tirannia nei confronti di un intero gruppo sociale avrebbe potuto portare a vendette feroci. E invece il passaggio alla democrazia avvenne senza scontri o rappresaglie. Fu certamente merito anche di un leader come Nelson Mandela che riuscì a convincere il paese a sottoporsi alle decisioni della Commissione per la Verità e la Riconciliazione. Una sorta di tribunale pubblico dove chi confessava i propri crimini veniva amnistiato. La pubblica riprovazione, insomma, sostituiva la violenza privata. Una soluzione perfetta? Forse, anche se a quindici anni di distanza dalla fine dell'Apartheid, in Sud Africa c'è ancora chi rimpiange l'assenza di vendette sui bianchi.

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