Siria: il regime colpisce anche le moschee

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Ha fatto il giro del mondo il video amatoriale che mostra un minareto della città di Dayr az Zor abbattuto a colpi di proiettili di artiglieria. Sotto attacco i simboli dei sunniti, accusati da Assad di essere "estremisiti" e "terroristi". GUARDA IL VIDEO


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Un minareto abbattuto a colpi di proiettili di artiglieria, moschee sigillate, altoparlanti per i richiami alla preghiera in silenzio: dall'estremo est all'estremo ovest siriani, le forze di sicurezza e l'esercito del presidente Bashar al Assad (alawita) tornano a infierire sui simboli più cari ai musulmani sunniti anche nel mese islamico di Ramadan, trent'anni dopo il massacro di Hama.
Allora la repressione di Damasco contro i Fratelli Musulmani culminò nel 1982 con la distruzione di ampie zone di Hama e l'uccisione di migliaia di persone. Come oggi, l'artiglieria e l'aeronautica non risparmiarono le moschee, dove si erano rifugiati gli insorti ma anche dove erano ammassati civili inermi.

Ha fatto così il giro dei media di tutto il mondo arabo-musulmano il video amatoriale pubblicato da attivisti siriani anti-regime che mostra il bianco minareto della moschea Uthman ben Affan di Dayr az Zor, capoluogo sunnita della regione orientale al confine con l'Iraq, abbattuto da colpi d'artiglieria. In sottofondo, la voce del videoamatore ripete quasi sussurrando: "Allahu Akbar (Iddio è più grande)", formula islamica in questo caso non di esaltazione ma di condanna.

A queste immagini si aggiunge la notizia, non verificabile sul terreno, dell'uccisione di 14 civili (tra cui tre bambini) a Qusayr, cittadina sunnita poco lontana dal confine con il Libano e nei pressi di Homs. A Qusayr, ha raccontato un attivista all'Ansa, le forze di sicurezza e l'esercito hanno imposto la chiusura di tutte le moschee e costretto gli imam a far tacere gli altoparlanti che cinque volte al giorno chiamano i fedeli alla preghiera e che durante il Ramadan scandiscono i tempi del digiuno.

Sin dall'inizio delle proteste e della repressione che ne è seguita, il regime punta il dito contro "bande armate di terroristi" e di "estremisti islamici" sunniti, pagati dall'Arabia Saudita e armati dalla Turchia, Paesi a maggioranza sunnita. Il regime di Damasco è invece da 41 anni dominato dal clan degli al-Assad e da altre poche famiglie alawite. I principali focolai della rivolta siriana sono abitati in prevalenza da sunniti: Daraa, Homs, Hama, Banias, i sobborghi di Damasco, quelli di Aleppo, Dayr az Zor, le regioni curde del nord-est. E se è vero che a sollevarsi in questi lunghi cinque mesi di proteste sono state anche località druse e ismailite (altre frange dello sciismo), la rivolta in Siria è sempre più percepita, all'esterno e all'interno, come una contrapposizione tra i sunniti (il 75% della popolazione) e gli alawiti (circa l'11%) al potere.

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