Il capitano Rivola, dalla 'ndrangheta alla corruzione afgana

Un carabiniere del Tuscania addestra gli agenti dell'Afghan national police
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Tra i carabinieri e i finanzieri che a Herat e Kabul addestrano le forze di sicurezza locali c'è un giovane ufficiale che dopo sette anni di lotta alle cosche in Calabria è diventato l'unico italiano della task force anti crimine voluta da Petraeus

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di Cristina Bassi

Seguire i soldi per trovare la criminalità, in Italia come in Afghanistan. Il presidente Amid Karzai ha lanciato l’allarme qualche giorno fa: “I miliardi di dollari di aiuti Usa sono un piano assistenziale inefficace che alimenta la corruzione”. Raffaele Rivola, 34 anni, capitano dei carabinieri, i soldi li ha seguiti per sette anni in terra di ‘ndrangheta. Ha trovato latitanti, politici collusi, responsabili di faide sanguinose. Oggi è l’unico carabiniere e l’unico italiano a far parte del gruppo “Shafafiyat” (“trasparenza”), la Combined joint interagency task force con base a Kabul che combatte la corruzione e l’illegalità in Afghanistan (in questo report del dipartimento della Difesa Usa al Congresso un resoconto dell’attività). “Non credo sia un caso che sono finito qui – dice il giovane capitano –, l’esperienza nel contrasto alla criminalità organizzata maturata in Calabria mi ha dato gli strumenti giusti per capire certe logiche mafiose”.

Romagnolo di nascita, lauree e master nel curriculum, dal 2003 al 2010 Rivola ha comandato le compagnie di Tropea e poi di Taurianova, tra le province di Vibo Valentia e Reggio Calabria. Ha affrontato le cosche di Cittanova, Polistena, della piana di Gioia Tauro e di Rosarno. La sua ultima operazione in patria ha portato all’arresto del boss della ‘ndrangheta Salvatore Facchineri. Nel gruppo anticorruzione che dipende direttamente dal generale David Petraeus lavora a fianco di militari di varie nazioni, analisti, poliziotti, esperti dell’Fbi. “La corruzione – spiega – non è un prodotto del regime talebano, né faceva parte della tradizione afgana precedente. È un fenomeno abbastanza recente, legato anche all’arrivo di fondi internazionali e alla volontà di molti di farsi strada dopo la caduta dei talebani”.

La missione afgana del capitano italiano non è troppo diversa dal lavoro fatto in Calabria. “Cerchiamo di suscitare nella gente maggiore fiducia nella polizia, che durante il regime era uno strumento di controllo religioso e non di contrasto al crimine o di protezione della popolazione – continua Rivola –. Mentre agli operatori delle forze dell’ordine trasmettiamo una percezione nuova del proprio ruolo e lo spirito di corpo, che comportano il controllo reciproco in caso di irregolarità e una maggiore credibilità all’esterno”. L’educazione alla legalità serve a tutti i livelli. “A Taurianova la facevamo nelle scuole e in collaborazione con le associazioni antimafia – aggiunge l’ufficiale –, qui i poliziotti fanno lezione nelle aule, fanno le esercitazioni antincendio con i ragazzi, partecipano all’educazione alla sicurezza stradale”.

È risalendo la scala del potere che gli investigatori occidentali ricostruiscono la rete della corruzione. “Che è presente a tutti i livelli gerarchici – sottolinea Rivola –, dalla bustarella per togliere una multa, all’abuso di potere per ottenere un vantaggio personale, al sostegno dato da politici e funzionari ai terroristi e ai narcotrafficanti. A preoccuparci di più sono i cosiddetti ‘criminal patronal networks’, una sorta di massoneria fatta di legami politici e di potere, che non solo mettono in pericolo noi alleati, ma permettono anche ai criminali di finanziarsi. È questo il sistema che cerchiamo di intaccare: in vista della transizione le istituzioni e la giustizia devono funzionare”.

La formazione delle forze dell’ordine e dell’esercito afgani è una parte cruciale della missione dei militari italiani in Afghanistan. Al contrasto della corruzione si affiancano il training nelle attività operative e nello studio delle normative e degli aspetti organizzativi. Ai carabinieri è affidato il compito di addestrare agenti e ufficiali dell’Afghan national police nella regione Ovest. “Con la vittoria sui talebani c’è stato un arruolamento di massa – sottolinea il colonnello Stefano Iasson, comandante della task force dell’Arma a Herat –, molti agenti sono analfabeti, ma alcuni ufficiali hanno un buon livello di preparazione. Oltre alle tecniche professionali moderne, come l’uso del computer, trasmettiamo loro il nostro modo di stare vicino alla gente”.
La Guardia di finanza invece si occupa della formazione della polizia doganale. “La regione di Herat è strategica – afferma il colonnello Armando Ceci, che comanda gli istruttori – e dalle frontiere dell’area di nostra competenza, tra cui quella con l’Iran, entra il 29 per cento degli introiti doganali del Paese. In Afghanistan ben il 40 per cento delle entrate statali viene dalle tasse pagate al confine, questo spiega l’importanza del lavoro degli agenti di frontiera, che controllano le merci e contrastano il passaggio di droga, esplosivi, armi e insorti”.

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