Libia, l'SOS dei ribelli: "I soldi sono finiti"

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Il ministro del petrolio del governo transitorio: "Stanno finendo tutte le risorse. Siamo al fallimento completo. O i paesi occidentali non capiscono, o a loro semplicemente non interessa". LO SPECIALE CON LE FOTO, I VIDEO E LA CRONOLOGIA INTERATTIVA

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I soldi, a Bengasi, sono finiti. Per andare avanti, la rivolta libica ha bisogno di risorse, e l'Occidente non starebbe facendo abbastanza.
E' quello che sostiene, in una intervista alla Reuters, il ministro del Petrolio e delle Finanze del Consiglio nazionale transitorio dei ribelli, Ali Tarhouni, paventando una imminente bancarotta della rivoluzione.
E' il giorno in cui Barack Obama gioca a golf (guarda le foto) con lo speaker repubblicano della Camera, per affrontare il contenimento del debito americano, finendo sotto accusa, fra l'altro, per aver "bypassato il Congresso" nel conflitto (secondo il New York Times) nonostante il parere opposto dai legali del Pentagono e del Dipartimento della Giustizia.

Il popolo, in Libia, "continua a morire", quindi nessuna intenzione di mollare, ha spiegato Ali Tarhouni: "Una cosa è certa: non ci arrenderemo mai".
Servono più fondi, però: "Non abbiamo contanti. Stanno finendo tutte le risorse. Siamo al fallimento completo. O (i paesi occidentali) non capiscono, o a loro semplicemente non interessa".
Il ministro di Bengasi ha anche spiegato che la produzione petrolifera è ferma a causa dei danni. E questa circostanza spinge i ribelli a tentare di trattare con compagnie petrolifere straniere: Ali Tarhouni cita la tedesca Wintershall e la francese Total. Di fronte al mercato, sottolinea fra l'altro, mostrando che le istanze rivoluzionarie sanno fare i conti col necessario realismo, gli insorti sono disposti a turarsi il naso.

Nessun problema, cioé, se si deve avere a che fare con chi già trattava col governo del rais. "Noi abbiamo bisogno di aiuto. E rispettiamo e ci adattiamo a ogni contratto - ha spiegato -. L'unico nemico che abbiamo è Gheddafi. I suoi sicari, i suoi criminali. Sul mercato e fra le compagnie non ho alcun nemico".
E' molto ottimista, invece, sullo scenario libico l'ex ministro degli Esteri del colonnello Abdurrahman Shalgham, oggi rappresentante permanente all'Onu: "Gheddafi è finito, resisterà appena qualche settimana. Praticamente ha già perso tutta la Libia".
Le intimidazioni delle ore scorse, quando il rais ha rilasciato un messaggio telefonico alla tv di Stato, sostenendo che la Nato sarà sconfitta, dimostrerebbero proprio la sua debolezza, ha aggiunto l'ex ministro, a San Marino per chiedere il riconoscimento del Cnt.

Delle richieste dei ribelli, parleranno i ministro dell'Ue lunedì 20 giugno a Lussemburgo. Sul fronte dell'Alleanza però nuove grane arrivano per il presidente Usa Barack Obama. I legali del Pentagono e della Giustizia lo avevano avvertito di dover sottoporre la missione al voto di Capitol Hill, come previsto da una legge del 1973, la War Power resolution, secondo la quale ogni campagna militare "ostile" ha bisogno della autorizzazione del Campidoglio.
Jah Johnson e Caroline Krass, i due giuristi interpellati sul caso, non sono stati ascoltati però.
Invece per l'interpretazione seguita da Obama, nell'intervento aereo contro Tripoli, basato sulla risoluzione Onu e avviato col consenso della Lega araba, non vi sarebbe l'elemento di "ostilità".
Un'argomentazione che non convince i repubblicani: è risibile, polemizza John Boehner, il repubblicano invitato al 'summit del golf', affermare che non sia ostile una missione per la quale "si spendono 10 milioni di dollari la giorno", per "inviare droni" e "sganciare bombe sul compound di Gheddafi".

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