Afghanistan, 24 ore nella base degli italiani "prigionieri"

L'interno della base operativa avanzata "Ice", nella valle del Gulistan, affidata ai militari italiani
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Nella fortezza operativa avanzata "Ice", nell'Ovest del paese, vivono e combattono 190 militari. La valle del Gulistan è l'area più "calda" tra quelle affidate al nostro contingente e ogni passo fuori dal fortino è ad alto rischio. FOTO

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di Cristina Bassi

“Ice”, il nome della base operativa avanzata (Fob) nella valle del Gulistan, sembra una presa in giro: fanno 42 gradi all’ombra nonostante i 1.500 metri di altitudine e non è ancora estate. In realtà, spiegano i militari in missione nell’avamposto, l’inverno qui è più rigido di quanto la bella stagione sia calda. La Fob è un fortino di 7 chilometri quadrati in un punto strategico sull’unica via che collega la valle a Farah, nella regione Ovest dell’Afghanistan. Il confine con il deserto fatto di montagne a perdita d’occhio e polvere è delimitato da “Hesco bastion”, grandi gabbiotti in metallo riempiti con terra e sassi, e filo spinato. Gli “abitanti” della base sono 190 paracadutisti del 186esimo reggimento Folgore di Siena, tra cui una sola donna, e due cani addestrati alla ricerca di esplosivi. Non tutti hanno detto alla famiglia di essere in Gulistan, preferiscono raccontare di essere impegnati in missioni meno a rischio. L’ostilità e i pericoli che per sei mesi terranno questi soldati prigionieri della Fob si respira ogni volta che escono in pattugliamento. I Lince percorrono le strade sterrate in colonna, si muovono lentamente alla ricerca degli Ied, ordigni improvvisati, che vengono piazzati di continuo sotto terra o vicino a una roccia. Anche nella base, sul viale che porta alle tende-alloggio, c’è un “Pressure plate”, il modellino di una bomba rudimentale. Toccando il congegno, si accende una lampadina che fa la parte dell’esplosione. “Nessuno di noi soldati lo prova mai: scaramanzia”, scherza un caporale del Genio.

Durante le uscite un militare è sempre al fucile sul tetto, gli altri a piedi o nel mezzo, armati e con il giubbetto antiproiettile. Un “Raven”, un piccolo aereo a pilotaggio remoto per la sorveglianza, vola costantemente sulle loro teste. Ogni passo fuori dalla Fob è un azzardo e l’esperienza dice che con la primavera gli attacchi degli insorti si intensificano. Siamo a 450 chilometri da Herat, quasi quattro ore di elicottero dalla sede del Regional command west, dove si trova il grosso del contingente italiano. È l’area più “calda” tra quelle affidate ai nostri connazionali, al confine con l’Helmand, dove i combattimenti tra soldati americani e insorti sono all’ordine del giorno. A venti chilometri da “Ice” si trova il Cop (Combact outpost) “Snow”, base di 15 metri per 30 sul valico di Buji in cui lo scorso 31 dicembre è rimasto ucciso in uno scontro a fuoco il caporal maggiore Matteo Miotto, 24 anni. Lo stesso avamposto è stato attaccato il 17 gennaio, i militari italiani hanno risposto al fuoco e non ci sono stati feriti. Erano appena ripartiti da “Ice” diretti a Herat anche i quattro alpini saltati su un Ied il 9 ottobre 2010 (guarda tutte LE FOTO dal fronte). Intorno alle Fob italiane c’è una “bolla d sicurezza”, cioè una fetta di territorio considerata sicura anche per la popolazione. Oltre però il terreno è tutto minato e alcune aree rurali rimangono fuori controllo.

Dentro la Fob si fa di tutto per allentare la tensione e per fare, nelle ore libere, una vita quasi normale. Alla mensa si trova un pane “meglio di quello di casa” e grazie a Internet i militari possono comunicare con i parenti quasi tutti i giorni. C’è un “pub” dove le panche sono fatte con le pietre del fiume e dove si raccolgono i soldi per farsi mandare qualche bibita in più da Herat. La sera i parà giocano a carte o guardano la tv. L’ultima conquista è il campetto di beach volley, costruito sempre con materiali trovati sul posto. “Risolleva lo spirito”, assicura Pietro Di Gangi, il medico dell’ospedale da campo. L’appuntamento per la riunione operativa è alla fine della giornata sotto la tenda con il Tricolore e la bandiera afgana. Il comandante della base, il tenente colonnello Sergio Cardea, ascolta il rapporto dei collaboratori. Si discute del ritrovamento di Ied, delle distribuzioni alla popolazione di cibo e attrezzi per coltivare i campi, delle visite mediche ai bambini dei villaggi, della nomina del nuovo governatore del distretto, dei contatti con la polizia locale. Le attività in prima linea per il giorno dopo sono “randomizzate”, seguono cioè un ordine casuale e sempre diverso, per non dare punti di riferimento al nemico.

Di notte la Fob è completamente buia per motivi di scurezza. Un gruppo di esploratori esce per il pattugliamento notturno. “Cerchiamo eventuali appostamenti di insorti, da dove potrebbero attaccare la base”, spiegano. Non è raro che, soprattutto ai confini della “bolla”, le colonne finiscano sotto attacco dei ribelli e che rispondano al fuoco. Sulle altane, le torrette di guardia, comincia il turno più difficile. “Con il buio la tensione cresce – dice il soldato assegnato a uno dei tre fucili dell’altana –, a volte la stanchezza mi fa venire la paura di non avere gli occhi e le orecchie abbastanza aperti. Ma questo turno ha anche alcuni lati positivi: non avevo mai visto una notte così silenziosa e stellata”. “In Gulistan non c’è un limite temporale per la transizione, il processo di sviluppo è all’inizio e ci sono ancora troppe minacce – sottolinea Cardea –. Però nei momenti di calma andiamo tra la gente, diamo supporto alla popolazione e abbiamo stretto buoni rapporti con le autorità locali. Nel villaggio di Qala-I-Khuna ad esempio aiutiamo la scuola femminile, abbiamo sostenuto la riapertura del bazar e abbiamo installato lampioni alimentati con i pannelli solari. I contatti con l’esterno non sono solo un modo per guadagnarsi la fiducia degli afgani ed evitare che diano appoggio ai guerriglieri. Ci fanno anche sentire meno isolati, danno un senso alla nostra permanenza qui”, che va oltre il compito di proteggere la fortezza.

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