Cesare Battisti è libero. L'Italia: schiaffo alla democrazia

Cesare Battisti
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La Corte suprema brasiliana ha respinto il ricorso del nostro Paese che ne chiedeva l'estradizione. Napolitano: "Decisione che lede gli accordi e l'amicizia". Pd: "Il nostro Paese ha perso credibilità". IL VIDEO E LE FOTO DELL'USCITA DAL CARCERE

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Cesare Battisti
è libero. Scarcerato nel cuore della notte tra l'8 e il 9 giugno dalla Suprema Corte brasiliana. Sei giudici su nove, dopo quasi sette ore di plenaria, si sono detti convinti che l'ex terrorista dei Pac dovesse lasciare il carcere della Papuda, confermando la decisione presa nelle ultime ore del suo mandato dall'ex presidente Luiz Inacio Lula.
E così è stato: sorridente, camicia bianca e aria stanca, Battisti è uscito dal penitenziario in auto, salutando i fotografi assiepati fuori dal carcere (qui le immagini). In Italia erano le quattro del mattino, ma già poche ore dopo sono iniziati ad arrivare i primi commenti di sconcerto e indignazione per una decisione ritenuta un vero e proprio "schiaffo" alle istituzioni, a cominciare dai parenti delle vittime. Un atto, ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che "assume un significato gravemente lesivo" del rispetto dovuto sia agli accordi tra Italia e Brasile sia "alle ragioni della lotta contro il terrorismo condotta in Italia".

E la reazione del capo dello Stato è stata condivisa a 360 gradi da tutte le forze politiche di maggioranza e opposizione. Commenti accolti da Brasilia con una certa freddezza: "Le decisioni del Supremo Tribunale Federale non si discutono, si accettano", si è limitata a dire la 'presidenta' Dilma Rousseff. Quella sulla liberazione di Battisti non è stata però una decisione facile per i giudici del Supremo tribunale federale, che dal giorno del suo arresto sulla spiaggia di Copacabana, il 18 marzo del 2007, si sono trovati a discutere del caso per la quinta volta.
La discussione - trasmessa in diretta tv - è stata molto accesa. Ma ha prevalso l'opinione di chi ha visto nei ricorsi italiani un'ingerenza nella sovranità brasiliana e, soprattutto, un'interferenza nelle decisioni di politica estera dell'ex presidente della Repubblica Lula. L'Italia, in sostanza, avrebbe dovuto rivolgersi ad un tribunale internazionale e non alla Suprema corte.

E sarà proprio questa la prossima mossa di Roma, come annunciato dallo stesso premier Silvio Berlusconi: il caso verrà presentato al Tribunale dell'Aja. Cercando di evitare ulteriori frizioni tra due paesi che condividono interessi economici fortissimi. "Cosa vogliamo, fare la guerra al Brasile? - ha chiesto Berlusconi -. Ricorreremo al tribunale dell'Aja, noi siamo convinti delle nostre buone ragioni ed abbiamo fatto tutto quello che era nelle nostre possibilità nei confronti di uno Stato amico come il Brasile".
Di certo la requisitoria di oltre due ore del giudice relatore Gilmar Mendes, che riteneva sacrosanta la richiesta italiana, non ha avuto presa sui colleghi. Ma forse i supremi giudici brasiliani hanno fatto lo stesso ragionamento dell'avvocato difensore dell'ex terrorista che, per convincerli, ha spiegato: "In Brasile abbiamo dato l'amnistia ai militari che torturavano durante la dittatura. Perche' non possiamo scarcerare anche Battisti?". Ora lui, l'ex fuggiasco, resterà in Brasile, almeno finché la sua situazione non verrà regolarizzata, visto che lo stesso Supremo tribunale due anni fa avevano bocciato la sua richiesta di asilo politico.


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