L'Egitto cerca una costituzione sul web

In Egitto, la fermata della metropolitana intitolata a Mubarak è stata cancellata con un pennarello.
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Dopo il ruolo svolto da Twitter e Facebook nelle rivolte della primavera araba, gli attivisti egiziani e tunisini continuano a cercare in rete strumenti per aiutare il cambiamento nei loro Paesi

di Raffaele Mastrolonardo

Una costituzione partecipata. Ovviamente, attraverso il web. E' questa la speranza di un gruppo di attivisti egiziani e di un manipolo di programmatori occidentali convinti che Internet possa essere utile anche nella fase di ricostruzione del Paese. L'idea di un sito per la stesura condivisa della nuova legge fondamentale all'ombra delle piramidi è infatti una delle idee sollevate nel corso di un summit tra hacker americani e canadesi e attivisti egiziani che si è tenuto a Stanford.

L'obiettivo, con un occhio alle elezioni del prossimo settembre, è quello di mettere a punto una piattaforma che consenta agli utenti di confrontare le carte costituzionali di differenti stati, scegliere gli articoli giudicati più adatti alla situazione locale e proporre idee nuove. L'ispirazione per un simile progetto è probabilmente arrivata da un'analoga iniziativa tunisina, lanciata dal blogger Slim Amamou che si appoggia al servizio di elaborazione di testi online PiratePad.

Ma scrivere la costituzione non è la sola missione per la quale i nuovi media sono utilizzati dagli attivisti del Medio Oriente e del Nord Africa che vogliono continuare ad influenzare la vita politica e sociale dei loro Paesi dopo l'allontanamento dei rispettivi dittatori. Coscienti dell'importanza che strumenti come Twitter o Facebook hanno avuto nell'organizzare e diffondere le rivolte, i giovani egiziani e tunisini continuano a cercare nuove idee online nella speranza di aiutare il cambiamento. Tra queste, altra proposta emersa a Stanford, c'è per esempio un servizio per monitorare l'attività dei parlamentari egiziani durante la campagna elettorale e dopo il voto, analogamente a quello che avviene in molti Paesi occidentali con servizi come OpenParlamento.

Oppure, ancora, l'idea di installare nei computer degli Internet Café dell'Egitto browser equipaggiati con il sistema di anonimizzazione della navigazione Tor. Perché, come hanno sottolineato alcuni degli attivisti che hanno preso parte al summit americano, le soluzioni digitali, per funzionare in contesti non del tutto democratici, devono avere due caratteristiche: essere gratuite ed essere sicure. Vale a dire non devono poter essere trasformate dal regime di turno in strumenti di repressione.

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