Indulgente con Strauss-Kahn, stampa francese sotto accusa

L'arresto di Dominique Strauss Khan (getty images)
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I precedenti scandali sessuali di Dsk erano cosa nota, ma fino all'arresto a New York non avevano danneggiato la sua immagine. Media troppo teneri? Il corrispondente di Le Monde Ridet a Sky.it: abbiamo sempre rispettato il privato ma serve una riflessione

di Giulia Floris

Stampa francese troppo tenera coi potenti di casa. Meno quando lo scandalo si registra fuori dai confini, come ad esempio per quanto riguarda le vicende del nostro premier. Le critiche rimbalzano dal New York Times, al Guardian, fino al Giornale. Tutti si interrogano sulla ossessione di Dominique Strauss-Khan per il sesso e sui precedenti scandali che hanno coinvolto il presidente dell’Fmi. Scandali che, si scopre oggi, erano qualcosa di dominio pubblico tra giornalisti e addetti ai lavori, ma che, fino all’arresto di Dsk a New York, non sembrano aver condizionato l’immagine pubblica dell’uomo, né tantomeno aver riempito, a torto o a ragione, le pagine dei giornali.

Il New York Times parla così di una sorta di "code of silence" francese sulle vicende private dei politici e il Guardian di "tabù mediatico" verso i potenti. Scrupoli che, insinua il Giornale, non sembrano altrettanto presenti quando si tratta delle vicende del nostro premier, mentre il Corriere della Sera, parla di una Francia che si scopre, all'indomani dello scandalo, "omertosa e machista".

Secondo Philippe Ridet, corrispondente di Le Monde in Italia, autore lo scorso novembre di un duro articolo su Berlusconi e i suoi scandali sessuali (in cui a proposito dei comportamenti del premier parla di "tanfo da basso impero"), "le accuse contro la stampa francese sono in parte fondate".
"I giornali francesi - spiega a Sky.it - hanno una veste istituzionale per cui la vita privata è una cosa e la vita pubblica un’altra. Sono regole che abbiamo sempre seguito. La nostra stampa subì un processo simile quando, alla morte di Mitterand, fu di dominio pubblico la notizia della sua doppia vita, con una vera e propria seconda famiglia, una cosa di cui nell'ambiente tutti erano a conoscenza, ma che nessuno aveva mai scritto".
Per quanto riguarda la "reputazione" di Strauss Khan, lo stesso Ridet può dire di conoscere "diverse giornaliste che hanno subito dal presidente dell’Fmi avances pesanti"  ma, continua, "tra la passione per le donne e l’essere uno stupratore violento c’è differenza".
Eppure la giornalista Tristan Banon aveva raccontato in tv già nel 2007 di aver subito una tentata violenza da parte di Strauss-Khan. "Forse la sua parola allora è stata messa in dubbio – ammette oggi Ridet – era qualcosa di così sconvolgente, rispetto alla figura che conoscevamo, che è stato difficile crederle e cambiare punto di vista su quest’uomo". Anche se, appunto, "tutti sapevano del suo essere esposto al rischio di scandali sessuali", e "forse questo è proprio quello che la destra si augurava" per fermare la corsa di Strauss-Khan all’Eliseo.

Ora che lo scandalo è pubblico, in un editoriale, Le Monde si interroga se sia "giusto che la celebrità di un uomo lo privi della sua presunzione di innocenza mediatica", mentre sul Corriere della Sera, il filosofo Bernard Henry Levy scrive: "nessun sospetto - tengo a ricordare infatti che, mentre scrivo queste righe, si parla solo di sospetti - consente di invitare il mondo intero a pascersi dello spettacolo della sua silhouette in manette, in disordine dopo trenta ore di fermo, ancora fiera". 

"Adesso che siamo di fronte a uno scandalo pubblico - precisa Ridet - non esitiamo certo a parlarne e personalmente sarei pronto a usare i toni duri che ho usato sull’inchiesta che coinvolge Berlusconi anche con Strauss-Khan, di fronte a dei fatti concreti. Ma la verità è che siamo senza parole per quello che è successo e una riflessione certamente va fatta. Da quando c’è Internet, poi, la necessità di trasparenza è diventata ancora più forte, il vento è cambiato e la gente vuole sapere tutto, ma non è una rivoluzione che si può fare in due giorni".

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