Siria: carri armati circondano Daraa, fuoco sui manifestanti

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Il regime attacca i dimostranti scesi in piazza contro lo stato di emergenza, nella città ribattezzata "la porta della libertà". Il vice presidente: "Assad annuncerà importanti decisioni che saranno gradite al popolo siriano"

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In attesa del discorso televisivo alla nazione che il presidente Bashar al Assad dovrebbe tenere entro mercoledì 30 marzo - che secondo alcune fonti terrà nella serata del 29 marzo - e nel quale dovrebbe annunciare l'abrogazione della legge d'emergenza in vigore da 48 anni, la città meridionale di Daraa, epicentro nei giorni scorsi della dura repressione delle manifestazioni anti-regime da parte dei residenti, è stata teatro lunedì 28 marzo di nuove proteste inscenate da centinaia di persone sotto la minaccia dei carri armati dell'esercito.

Secondo testimoni oculari, nella città a pochi km dal confine con la Giordania e ribattezzata da attivisti e dissidenti "la porta della libertà" per l'alto tributo di sangue pagato in appena dieci giorni di proteste (circa 130 morti secondo organizzazioni umanitarie), le forze dell'ordine avrebbero sparato contro la folla, circostanza immediatamente smentita dai media ufficiali. I residenti sono tornati a invocare a gran voce "la fine dello Stato d'emergenza" e a urlare altri slogan ormai ripresi anche dai social network e diffusi sui video amatoriali presenti su Youtube: "Ya rai's, damm ashahid mu rkhi's" (Oh presidente, il sangue del martire non è a buon mercato!), oppure "Ya Buthayna, ya Shaaban, ashaab assuri mu juaan!" (Oh Buthayna, oh Shaaban, il popolo siriano non ha fame!), in riferimento all'aumento del 30% degli stipendi dei lavoratori dipendenti e della distribuzione di sussidi, annunciato la settimana scorsa dal consigliere presidenziale Buthayna Shaaban.

Oltre alla "presenza massiccia di forze di sicurezza" all'interno di Daraa, i testimoni riferiscono dell'assedio da parte dei carri armati dell'esercito, che rimarrebbero però ai confini del centro abitato. I tank dell'esercito regolare di Damasco stazionano invece ormai da tre giorni nel cuore di Latakia, porto a nord-ovest di Damasco e capoluogo della regione alawita (branca dello sciismo) da cui proviene la famiglia Al Assad e i clan a loro alleati.

Nella città abitata da sunniti, alawiti e anche da cristiani, secondo testimoni oculari la vita sarebbe tornata alla normalità soltanto in alcune zone centrali, mentre gli altri quartieri rimangono deserti, con i segni ancora evidenti della guerriglia urbana scatenata tra il 25 e il 26 marzo da non meglio precisate "bande armate di stranieri" e "cecchini" appostati sui tetti. Per inviare un segnale di distensione, il regime ha organizzato un incontro tra ulema sunniti e alawiti di Latakia, mentre a Damasco gli imam delle moschee della capitale sono stati chiamati a partecipare a una riunione ufficiale, al termine della quale hanno sottoscritto un comunicato in cui si ribadisce la fedeltà al regime. Quest'ultimo ha parlato nella giornata di lunedì 28 marzo per bocca del vicepresidente Faruq al Sharaa, apparso in piedi e sorridente di fronte ai microfoni delle tv panarabe dopo che nei giorni scorsi insistenti voci parlavano del suo ferimento o, addirittura, della sua uccisione, da parte di Maher al Assad, fratello del rais.

Originario della stessa Daraa, Sharaa ha assicurato che "nei prossimi due giorni" il presidente Bashar si rivolgerà alla nazione per confermare oltre all'abrogazione della legge d'emergenza (sarebbe però pronta una legge sull"'anti-terrorismo"), l'apertura al multipartitisimo e una nuova legge per la stampa libera. E mentre a Damasco si diffondono voci sempre più concordanti di una mobilitazione di massa martedì 29 marzo, da parte dei lealisti che dovrebbero culminare in serata con l'apparizione sugli schermi della tv di Stato dell'amato raìs, il parlamento siriano ha osservato un minuto di silenzio per i "martiri caduti" nel Paese e "in segno di rispetto per le proteste e le rivendicazioni del popolo". Non era mai accaduto dall'avvento del Baath, nel lontano 1963.

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