Libia, Unicef: "Urgente aprire un corridoio umanitario"

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L'organizzazione delle Nazioni Unite per l'infanzia lancia l'allarme: "Nel paese nordafricano non si possono portare aiuti. Il cessate il fuoco non viene rispettato". Tra i profughi tante storie di violenze subite

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E' urgente aprire un corridoio umanitario per la popolazione in Libia che sta soffrendo ma che al momento non può ricevere alcun aiuto. A lanciare l'appello è l'Unicef, per voce della sua responsabile della Tunisia, Maria Luisa Fornara, operativa in un campo profughi (il Choucha Refugee Camp) al confine con la Libia. Il campo, allestito da più o meno un mese, ospita oggi circa 7 mila persone, fuggite dalla Libia dove si trovavano per motivi di lavoro. In minima parte si tratta di libici; per lo più sono sudanesi, tunisini, egiziani, iracheni, subsahariani. E' alta la preoccupazione per la gente che vive in Libia da parte dell'Agenzia dell'Onu per l'infanzia. "In questo momento - spiega per telefono con l'ANSA l'operatrice umanitaria - non si può portare loro alcun aiuto, il conflitto continua e, nonostante la risoluzione dell'Onu, il cessato il fuoco non è stato rispettato. Siamo molto preoccupati. Noi, insieme alle altre agenzie umanitarie, ci stiamo preparando per l'eventualità che si possa aprire il corridoio umanitario. Ci stiamo preparando in particolare sia dalla parte dell'Egitto sia della frontiera con la Tunisia. Ci auguriamo che ciò si realizzi al più presto".

Le storie che raccontano le persone che sono arrivate al campo - riferisce ancora Fornara - sono "di sofferenza. Queste persone sono scappate velocemente, hanno perso quel poco che avevano. Ci hanno raccontato di violenze e di furti. Sono persone che hanno vissuto un calvario". "Non abbiamo tante informazioni su ciò che avviene in Libia - prosegue - ma sulla base di ciò di cui siamo venuti a conoscenza, come Unicef siamo molto preoccupati". Non ci sono solo rischi per la vita ma anche problemi di sicurezza, alimentazione, assistenza sanitaria; "sappiamo di violenze e riteniamo che possano interessare anche i bambini". Al campo Choucha, dove fra l'altro opera anche l'Unhcr, ci sono 420 nuclei familiari, al loro interno 150 bambini. L'Unicef si occupa di igiene e sanità (ha, ad esempio, allestito latrine e docce); ha sottoposto i bambini a vaccinazioni per combattere eventuali epidemie. E' stato anche predisposto un programma psicosociale ed un'equipe specifica per i bambini.

"Ci sono famiglie che hanno bisogno di supporto psicologico - spiega Fornari - avendo subito traumi. Infatti, sono persone che provengono da ambienti violenti e spesso hanno subito traumi psicologici". E' stato fatto inoltre un lavoro di ricerca dei genitori di minori non accompagnati: "c'è stato qualche caso. Si è trattato di ragazzi, di 16 e 17 anni, che già si trovavano in Libia da soli per lavorare". Per le persone ora nel campo, in particolare quelle provenienti da paesi dove c'è la guerra come il Sudan, "si prevede una lunga permanenza. Non vogliono tornare nel loro paese anche se hanno lì parte della famiglia". Cosa ne sarà di loro? "Questo e' un problema, per ora restano nel campo".

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