Yemen, Siria, Bahrein: la protesta dilaga in Medio Oriente

Proteste, Yemen
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La situazione più critica nelle città yemenite: dichiarato lo stato di emergenza. A Damasco i ribelli scendono in piazza. Polemiche in Arabia per l'intervento militare a sostegno del regime dell'arcipelago del Golfo Persico. LO SPECIALE

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Non solo Libia. Proprio nelle ore in cui il conflitto libico sta vivendo ore decisive, proteste e scontri, spesso mortali, stanno avvenendo anche in altri Paesi del Medioriente.

Stato di emergenza in Yemen - A cominciare dallo Yemen, dove oltre 30 persone sono morte e più di cento sono rimaste ferite a causa di colpi d'arma da fuoco sparati contro una manifestazione di protesta contro il presidente yemenita Ali Abdallah Saleh a Sanaa. E' l'ultimo bilancio fornito dal fonti mediche. Oltre ai 30 morti, dicono le fonti ospedaliere, vi sono anche almeno 100 feriti.
E a fronte della violenza degli scontri, Saleh ha annunciato che il Consiglio di difesa
nazionale ha dichiarato lo stato di emergenza, ma ha detto che la polizia non è stata coinvolti negli scontri. "La polizia non era presente e non ha aperto il fuoco. Gli scontri sono avvenuti tra cittadini e contestatori", ha detto nel corso di una conferenza stampa. "E' chiaro che ci sono degli elementi armati tra i manifestanti".

Secondo testimoni, invece, i i sostenitori del regime di Saleh hanno aperto il fuoco sui manifestanti dell'opposizione dai tetti degli edifici attorno alla piazza dell'Università, dove dal 21 febbraio gli oppositori tengono un sit-in permanente chiedendo l'uscita di scena del presidente, al potere da 32 anni. La polizia da parte sua ha lanciato granate lacrimogene contro i manifestanti ed avrebbe usato, dicono i testimoni, anche proiettili veri.
"La maggior parte dei feriti sono stati colpiti da proiettili alla testa, al collo o al petto", dice un medico. La manifestazione contro il regime di Saleh è stata indetta sotto il nome di "Venerdì dell'avvertimento", mentre i lealisti hanno risposto convocando una contro-manifestazione detta del "Venerdì della Concordia".

Siria - Atmosfera tesa anche in Siria. Poliziotti in abiti civili hanno disperso un gruppo di manifestanti dopo la preghiera del venerdì nella moschea principale nel centro di Damasco, arrestando almeno due attivisti. Decine di poliziotti dispiegati al di fuori della moschea sono intervenuti con bastoni per bloccare un gruppo di fedeli che tentavano di marciare fuori della moschea, picchiandoli violentemente.
Subito dopo almeno 200 persone si sono recate in piazza gridando slogan in favore del presidente Basher al Assad, con in mano fotografie del padre e precedente presidente Hafed al-Assad. La protesta intitolata 'Giornata della dignita" è stata organizzata tramite Facebook da un gruppo che si fa chiamare 'La rivoluzione siriana 2011'. Negli ultimi giorni, piccoli gruppi improvvisati di manifestanti hanno provato a marciare nel cuore della vecchia Damasco, per chiedere immediate riforme politiche nel Paese. L'osservatorio siriano per i diritti umani ha reso noto che le autorità locali hanno accusato 32 attivisti di attacchi all'integrità dello stato dopo che avevano manifestato mercoledì davanti al ministero dell'Interno.
Gli attivisti sono stati arrestati mercoledì nel corso di una manifestazione organizzata dai familiari dei detenuti politici per raccogliere una petizione per la loro liberazione. L'organizzazione per i diritti umani, Human Rights Watch ha fatto un appello per la liberazione di tutti i manifestanti in stato di fermo. Nel paese dal 1963 è in vigore lo stato di emergenza che vieta qualsiasi assembramento.

Bahrein - Le cose non vanno meglio in Bahrein. Qui, il regime sunnita prosegue con la sua strategia del pugno di ferro scelta per reprimere con la forza le proteste anti-governative inscenate da circa un mese da manifestanti sciiti, che costituiscono la maggioranza dell'arcipelago indipendente, mentre si avvicina sempre più l'ombra di un intervento iraniano nella delicata crisi del Golfo.

Arabia Saudita - Tra le potenze a fianco del regime, anche l'Arabia Saudita, che nei giorni scorsi hanno inviato alcune truppe. Qui, il re saudita Abdullah ha scelto di parlare direttamente al Paese minacciando il pugno di ferro contro chi protesta, ma promettendo nuovi aiuti miliardari per la popolazione. In una rara apparizione in tv, l'87enne sovrano ha annunciato un corposo pacchetto di decreti: tra questi, l'anticipo di due mensilità ai dipendenti pubblici e l'innalzamento del salario minimo a tremila riyal al mese (600 euro). Ma anche nuovi sussidi ai disoccupati, prestiti per gli alloggi, costruzione di 500 mila nuove case, creazione di 60 mila nuovi posti di lavoro nella sicurezza, finanziamenti per il welfare, nonché l'istituzione di un ente contro la corruzione. Il tutto accompagnato, però, da un ulteriore giro di vite contro eventuali disordini, come quelli avvenuti a Qatif, nell'est, con l'avvertimento che chiunque metta a rischio la sicurezza e la stabilità del Paese verrà "colpito".
Il discorso non è piaciuto a molti attivisti sauditi che navigano su Twitter, che attendevano un'apertura alle riforme e un rimpasto di governo e invece hanno dovuto constatare una nuova pioggia di finanziamenti alle strutture dell'ortodossia wahabita, tra cui i centri islamici e la polizia religiosa.

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