Libia, Gheddafi annuncia il cessate il fuoco

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Dopo la risoluzione Onu, che "autorizza l'uso della forza per proteggere i civili", la Libia sospende l'offensiva. I ribelli: è un bluff. Bombe su Misurata. Obama: pronti a intervenire. Frattini: uso di basi e forze armate. FOTO E VIDEO

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Un venerdì di preghiera caratterizzato da bombardamenti su Misurata e altre città della Libia occidentale. Poi l'annuncio di un cessate il fuoco immediato per "proteggere i civili", un annuncio di cui molti - a cominciare dagli insorti della Cirenaica - diffidano.
E infine la conferma di un esponente del governo in una conferenza stampa: "Le truppe dell'esercito sono alle porte di Bengasi ma non hanno intenzione di entrare".
Così il regime di Muammar Gheddafi ha accolto, tra minacce e passi indietro, la risoluzione Onu che ha deciso di imporre una no fly zone sulla Libia e autorizza l'uso della forza per proteggere i civili, mentre la comunità internazionale valuta in queste ore le opzioni militari per applicarla.

Gli insorti: il cessate il fuoco è un bluff - Gli insorti, intanto, non vedono di buon occhio l'annuncio del cessate il fuoco. "E' un bluff", ha commentato il comandante degli insorti, Khalifa Heftir, sottolineando che "tutto il mondo sa che Gheddafi e la sua famiglia sono dei bugiardo". Secondo fonti dei ribelli, inoltre, le truppe governative potrebbero usare "scudi umani" contro possibili attacchi aerei internazionali. A questo si aggiunge la notizia che venerdì 18 marzo l'esercito libico ha di nuovo bombardato Misurata, ultima roccaforte dei ribelli nell'ovest del Paese, a soli 200 chilometri da Tripoli, e altre città della Tripolitania, Nalut (a 245 km a sud-ovest di Tripoli) e Zenten (a 60 km), dove ci sono ancora sacche di resistenza anti-regime. Come se Gheddafi volesse prima chiudere il capitolo insorti nella Libia occidentale, per concentrare l'offensiva nella Cirenaica.

La comunità internazionale pronta a intervenire -
Davanti allo scetticismo sul cessate il fuoco, compreso quello del segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, che ha detto di voler vedere "i fatti", il portavoce del governo di Gheddafi ha assicurato che Tripoli lo sta già rispettando e ha chiesto a Turchia e Malta di controllare. Il ministro degli Esteri ha anche assicurato l'impegno a proteggere gli stranieri nel Paese e i loro beni.
La Francia, però, che guida la coalizione di volenterosi pronti a intervenire in Libia in difesa dei civili, continua ad essere cauta: "La minaccia è immutata". E in serata anche Barack Obama è tornato sulla questione: ""Tutti gli attacchi contro i civili devono essere fermati", ha detto il presidente Usa spiegando che le sue truppe sono pronte all'intervento militare (GUARDA IL VIDEO).

Ecco chi partecipa e chi no -
Sono oltre una quindicina i Paesi che finora hanno espresso la disponibilità a far parte, con contributi più o meno sostanziosi, della "coalizione di volenterosi" pronta a fermare Muammar Gheddafi e la carneficina che sta attuando contro il suo popolo.

Francia e Gran Bretagna  - Guidata da Usa, Francia e Gran Bretagna, la coalizione comprende anche Paesi che non fanno parte né della Nato né della Ue e può contare sull'appoggio della Lega araba.
Intanto Sarkozy ha già cominciato a muovere i suoi aerei da combattimento Mirage e Rafale, che potrebbero attaccare da una base in Corsica. E Cameron ha trasferito i suoi Typhoon e Tornado nel Mediterraneo. Pronti a fermare Gheddafi se il 'cessate il fuoco' risulterà essere il suo ultimo bluff.

Italia - Contributo, fondamentale per la sua posizione geografica, anche dall'Italia: il governo si è impegnato a mettere a disposizione ben sette basi aeree per implementare la 'no fly zone' e difendere la popolazione civile inerme. (GUARDA IL VIDEO).
Le basi delle quali è stato chiesto l'utilizzo da parte degli alleati sono: Amendola, Gioia del Colle, Sigonella, Aviano, Trapani, Decimomannu e Pantelleria, mentre Napoli potrebbe fungere da centro di coordinamento.
E' poi quasi scontato che la coalizione potrà contare sul supporto della vigilanza radar esercitata sul Mediterraneo centrale dagli aerei Awacs della Nato già basati a Sigonella.

Canada - Dopo l'approvazione della risoluzione 1973 da parte del Consiglio di sicurezza dell'Onu, il Canada è stato tra i primi alleati a scendere in campo mettendo a disposizione sei caccia F-18.

Danimarca - Pronta anche la risposta della Danimarca: da sabato 19 marzo sei caccia F-16 e un aereo da trasporto dovrebbero essere dislocati nella base Nato di Sigonella, in Sicilia.

Norvegia, Svezia, Finlandia, Belgio - La Norvegia ha espresso la disponibilità a offrire un suo contributo, la Svezia aspetta un'eventuale richiesta Nato (di cui però non fa parte) e la Finlandia ha fatto sapere che intende muoversi in sintonia con l'Ue. Lituania e Polonia hanno offerto collaborazione logistica.
Puntuale e concreto, invece, il contributo del Belgio che, nonostante un governo per gli affari correnti in carica dallo scorso giugno, non ha esitato a mettere a disposizione sei caccia F-16, già in Grecia per operazioni di addestramento, e una fregata. Nelle prossime ore potrebbe aggiungersi anche il contributo olandese.

Spagna - La Spagna ha offerto le basi aeree di Rota (Cadice) e Moron (Siviglia): insieme alle sette italiane e a quella francese di Solenzara (Corsica) costituiranno la "rete" di aeroporti d'appoggio delle forze della coalizione, rete a cui potrebbe aggiungersi anche qualche scalo greco.

Qatar - Adesioni ai "volenterosi" sono giunte anche da Paesi arabi quali Qatar ed gli Emirati arabi uniti (Eau) nonché dall'Australia.

Germania e Turchia, i grandi assenti - Grandi assenti dalla coalizione la Germania e la Turchia. Berlino non si è sentita di scendere in campo con suoi uomini e mezzi sul fronte libico, ma ha dato la sua disponibilità a rimpiazzare personale Nato sugli Awacs nel caso venga spostato dall'Afghanistan al Mediterraneo. Fermo e netto invece il "no" della Turchia, che rischia di bloccare l'azione della Nato.

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