Nei panni dei giapponesi

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Un sisma come all'Aquila ma con un numero delle vittime 50 volte superiore, un'alluvione come a Giampilieri ma con un'onda che cancella una città grande quanto Napoli, tanti bimbi sfollati da riempire Ancona: cosa vivono le popolazioni del Giappone


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di Cristina Bassi

Immaginate un terremoto all’Aquila con un numero delle vittime cinquanta volte superiore, un’alluvione simile a quella di Giampilieri ma con un’onda che spazza via una città come Napoli, un centro grande quanto Ancona tutto di bambini sfollati dalle loro case (sono circa 100 mila, secondo Save the children). Il Giappone è il più densamente popolato tra i Paesi industrializzati. Su una superficie di poco superiore a quella italiana, 377 mila chilometri quadrati (l’Italia ha un’estensione di 301 mila chilometri quadrati), sparsi su quattro isole principali e 3 mila isole minori, vivono più del doppio degli abitanti del nostro Paese: 127 milioni di persone.

Non è un esercizio di stile, ma un modo per provare a capire cosa stanno vivendo i giapponesi colpiti dal terremoto e dallo tsunami. Se si accostano numeri e dimensioni, diventa più facile mettersi nei loro panni. Alcuni esperti hanno applicato all’Italia l’impatto di un sisma così potente, 8,9 gradi della scala Richter, che continua a far registrare scosse “di assestamento” da 6 gradi Richter: più forti della più forte che ha investito l’Abruzzo nel 2009 (5,9 gradi). Lo scenario è quello di un terremoto che partendo dall’Aquila avrebbe raso al suola anche Roma.

Ma, ipotesi catastrofiche a parte, cosa significa nel quotidiano fare i conti con le conseguenza di un disastro simile? Gli sfollati dalle zone più colpite sono 550 mila, vale a dire quasi tutti gli abitanti di Genova. La città costiera di Minamisanriku, pari alla nostra Gallipoli, è praticamente scomparsa dalla cartina geografica. Se, per assurdo, un complesso chimico italiano esplodesse, il pericolo contaminazione farebbe fuggire i cittadini stranieri, ma le persone che abitano intorno alla fabbrica sarebbero prigioniere in casa propria, come i 500 giapponesi intrappolate a Fukushima. Gli stabilimenti di Nissan, Toyota, Sony sono stati chiusi. Non c'è un termine di paragone italiano per quanto riguarda la grande industria, ma proviamo a pensare a tutti gli impianti Fiat sbarrati. Senza contare i blackout elettrici programmati e l’invito delle autorità a usare il cellulare solo in caso di necessità.

Le autostrade giapponesi sono chiuse, le ferrovie interrotte, le strade secondarie prese d’assalto. L’isola di Honshu, la principale del Paese, è tagliata in due e percorrerla è diventato quasi impossibile. Sulla costa Ovest la situazione è praticamente nella norma, mentre su quella a Est, a Nord di Tokyo, le aree andate distrutte sono la maggior parte. Alcuni distretti, come appunto quello di Fukushima sono off limits. Come se, da noi, sulla costa tirrenica funzionasse ancora tutto e su quella adriatica mancassero benzina, elettricità, copertura per i cellulari. C’è un’eccezione. A Ovest il Shinkansen, il treno superveloce, viaggia in perfetto orario. Efficienza nella tragedia per cui probabilmente non esiste un equivalente nostrano.

L’emergenza radiazioni è la più inquietante. Immaginate il premier Berlusconi che va in televisione vestito con una tuta militare per dire che c’è stato un disastro nucleare ad esempio a Catania, che i livelli di radioattività sono quadruplicati e che anche Napoli e Roma sono state contaminate. Con l’Enea che diffonde comunicati a scadenza oraria, cercando di convincere la popolazione che non accadrà il peggio. I giapponesi si ritrovano per la prima volta in decenni a dubitare di un sistema. A farsi domande sull’efficacia della prevenzione, sulla prontezza dei soccorsi, sulla trasparenza delle informazioni istituzionali. Sospetti da “Day after”, cui gli italiani sono un po' più abituati.

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