Libia, un esercito di 100 mila volontari contro i ribelli

In Libia si continua a combattere
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Gli uomini di Gheddafi continuano la loro marcia per riprendere il controllo del territorio. Bombe su Ajdabiya. Intanto il Viminale blocca una nave marocchina con 1800 migranti partita da Misurata

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Un Paese in armi per sconfiggere Al Qaeda e impedire che gli occidentali mettano le mani sul petrolio, le truppe corazzate guidate da Khamis Gheddafi che avanzano inesorabili verso Ajdabiya, ultima roccaforte degli insorti prima di Bengasi, ma anche le tribù riunite nel comitato per il dialogo che chiedono di fermare il bagno di sangue e impedire la guerra civile: è la Libia a quasi un mese dall'inizio dei disordini.

A poco più di 200 km a sud del capoluogo della Cirenaica infuriano i combattimenti: poco lontano da Ajdabiya la 32/a Brigata tenta di farsi strada, coadiuvata da altre forze d'elite, con le cittadine nei dintorni che issano la bandiera verde dei fedeli di Muammar Gheddafi, come a Solluq, mentre una sollevazione a ovest di Tripoli, a Zuwarah poco lontano dal confine con la Tunisia, è stata domata da un migliaio di sostenitori del governo.
La vittoria èvicina, scommettono in molti. "Bisogna fermare il bagno di sangue ora, impedire la guerra civile e scongiurare l'intervento straniero", ha detto Bashir Ali Tammani, capo del Consiglio per il dialogo, rappresentativo delle tribu' del Paese e nato per trovare una soluzione alla crisi. "

Ci sono persone che hanno richieste legittime, e con loro è necessario dialogare", ma anche un "movimento armato che si è fatto coinvolgere nella violenza da altri che vogliono solo dividere il Paese". La Libia fino a poco tempo fa era una nazione "sicura, senza tribù o gruppi divisi, una sola famiglia", ha sottolineato il capo del consiglio, ricordando che l'organismo "non rappresenta lo Stato libico ma il popolo".
Un altro pezzo del Paese però si arma e si prepara alla battaglia finale per Bengasi: "Ci sono già 100.000 volontari in armi, il governo ha messo un freno. Molti vengono bloccati ai checkpoint e rimandati indietro", spiega una fonte del governo all'agenzia di stampa ANSA: "Se ci trovassimo in una situazione di emergenza, gli armati supererebbero il mezzo milione".

Si tratta di una forza composita, nella quale l'appartenenza tribale cede il passo alla difesa della nazione. "Basta vedere i soldati ai checkpoint. Vestono tutti in maniera diversa. Chi ha la mimetica, chi solo il giubbotto militare", prosegue la fonte. Il ruolo di queste milizie è quello di "ripulire le città" dopo la conquista da parte delle Forze armate libiche, e mantenerne il controllo. In Libia tutti ricevono un addestramento, perché è così che vuole il leader. "Anche le nostre madri sanno usare un Ak47, siamo tutti pronti alla battaglia", spiega un altro funzionario. Tanti abbandonano le proprie occupazioni, chiudono i negozi e le attività e corrono al fronte: "La ricompensa è la salvezza del Paese, della Rivoluzione, questo è il nostro salario", si sottolinea ancora, precisando che non c'è alcuna ricompensa promessa, alcuna altra compensazione per i guadagni mancati, solo la vittoria. Nessuno precisa con certezza il numero dei militari inquadrati stabilmente nelle forze armate: la punta di diamante è  la 32/a Brigata, il fiore all'occhiello dell'esercito libico, guidata da Khamis Gheddafi, a cui è stata affidata in una prima fase la difesa della cintura attorno a Tripoli e che ora con i suoi carri armati guida la controffensiva verso est.

La tesi diffusa è che si debba schiacciare Al Qaeda, che ha "interessi paralleli e coincidenti" con gli occidentali. La rete di Osama bin Laden punta a dividere il Paese, "per creare un ponte verso l'Europa e incrementare i reclutamenti", mentre gli occidentali vogliono "rovesciare a proprio favore i rapporti economici sul petrolio, riportando la Libia a gestire solo il 10% delle proprie risorse, come ai tempi coloniali". "Gli occidentali sono pronti a collaborare con qualsiasi governo, anche islamico. Sanno che solo loro hanno la tecnologia e il know how per gestire il petrolio libico. Quindi avrebbero comunque un ruolo nel Paese", spiegano ancora funzionari del governo.

Intanto, il Viminale ha dato ordine di vietare l'ingresso in acque territoriali italiane della nave marocchina Mistral Express, che sarebbe partita dal porto libico di Misurata ed avrebbe circa 1.800 persone a bordo. La nave è ora in acque internazionali e non si sa con certezza chi c'è a bordo. Finché le cose non saranno più chiare, si vuole quindi evitare l'approdo in Italia, fermo restando la possibilità di rispondere all'eventuale richiesta di rifornimenti in mare. Il Viminale - sempre secondo quanto appreso da fonti qualificate - ha inoltre invitato il ministero degli Esteri a mettersi in contatto con le autorità marocchine per cercare una soluzione.

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