Un'italiana a Tokyo: "Qui è un'impresa trovare pane e acqua"

"I supermercati sono pieni e gli scaffali vuoti. In molti stanno facendo le scorte, è un'impresa trovare pane e acqua", racconta Graziella Gaudio, da quattro anni a Tokyo
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Via Skype, un’insegnante in Giappone racconta a Sky.it: “La città sta ritrovando il suo ritmo, ma alcune zone sono ancora senza acqua e luce”. Mizue, giapponese che vive a Roma, dice invece: “Sono cresciuta a Sendai. Adesso lì non c’è più nulla”

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di Valeria Valeriano

“Quello che un po’ mi spaventa, ora, è questa calma che c’è in giro. Come se niente fosse successo. Volti rilassati, treni di nuovo pieni, gente che riprende le attività. Stamattina sentivo voci di bimbi che giocavano in strada, tranquillamente. La città sta recuperando il suo ritmo. Ha tremato ma non si è piegata davanti alla catastrofe. Eppure il pericolo potrebbe non essere passato”. Graziella Gaudio è a Tokyo da quattro anni. Attraverso Skype, lentamente e con fatica, racconta a Sky.it l'esperienza che non potrà mai dimenticare. Farà 30 anni a ottobre. “Speriamo di arrivarci”, scherza. Il terremoto più forte mai registrato in Giappone, lo tsunami, l’allarme per altre possibili scosse, il pericolo nucleare: “Se prendi tutto in modo troppo serio e non mantieni un certo distacco – dice – è la fine, smetti di vivere”. Graziella è arrivata a Tokyo dopo la laurea in Giapponese, per un corso di perfezionamento della lingua. Si è trovata bene, le hanno offerto un bel lavoro e allora ha deciso di rimanere. Adesso insegna Italiano in diverse scuole.

A pochi giorni dal sisma che ha spostato di dieci centimetri l’asse terrestre, lei e tutta Tokyo cercano di tornare alla normalità. “Alcune zone sono ancora senza acqua, gas e luce – racconta Graziella –. Da me c’è tutto, ma avvisi sonori annunciano che potrebbero esserci dei distacchi della corrente a breve. Sono andata al supermercato a fare la spesa e gli scaffali sono quasi vuoti. È un’impresa trovare acqua e pane. I cellulari, poi, continuano a funzionare male: le linee sono intasate, i messaggi arrivano in ritardo, si fa fatica a telefonare”.

Graziella ha ancora davanti agli occhi le immagini del terremoto. Quel venerdì 11 marzo, alle 14.46, ha appena staccato dal lavoro. Deve vedere un’amica italiana di passaggio a Tokyo. A piedi, nel quartiere centrale di Shinjuku, sta andando verso i grandi magazzini dove si sarebbero dovute incontrare. “Era una bella giornata – ricorda –, soleggiata, calda, quasi estiva. Ma d’improvviso il cielo è diventato scuro, nuvoloso, quasi nero. Si è alzato un vento caldo e ha iniziato a piovere leggermente. E poi…”. Pausa. La voce di Graziella si spezza. Dopo alcuni lunghissimi secondi ricomincia a parlare. Si trova su un ponte quando la terra trema. “All’inizio pensavo fossero le vibrazioni della metropolitana – dice –. Ma la scossa era così lunga e intensa, non riuscivo a stare in piedi. Sembrava di essere su una nave in tempesta. Oggetti che cadevano, vetri infranti, grattacieli che ondeggiavano, il panico negli occhi delle persone: ho pensato che era arrivato il mio momento, che sarei morta”. Racconti simili sono stati postati da tanti blogger italiani presenti in Giappone.

Superato lo shock Graziella corre verso il centro commerciale dove l’aspetta la sua amica. È lì, al quarto piano di un grattacielo, che la sorprende la seconda scossa. “Non so quanto sia durata, era come se il tempo si fosse fermato. Me ne stavo accovacciata con il cestino della spesa in testa e mi sembrava di esser stata così per un’eternità”.
Evacuato l’edificio, la donna si trova in mezzo a un mare di gente. “Eravamo tutti lì fuori, bloccati. Non potevamo usare i mezzi e quindi tornare a casa”. Dallo schermo di una piazza, insieme a migliaia di persone, vede le immagini dello tsunami. “Sembrava il Nulla che avvolgeva Fantàsia nel film La storia infinita, una massa nera che divorava tutto”.
I cellulari non funzionano, si mette in fila per chiamare i genitori in Italia attraverso un telefono pubblico. Dopo un’ora di attesa riesce a sentirli. “Durante il terremoto pensavo che non li avrei più visti”, ammette sospirando. È solo dopo sette ore, invece, che riesce a contattare la sua amica: ha un alloggio lì vicino e, dopo un’altra ora di cammino, la raggiunge e passa da lei la notte. “Ma non sono riuscita a dormire. Chiudevo gli occhi e rivivevo il terremoto, sognavo di correre”. Tornare in Italia? Per ora non se ne parla. “Ci ho pensato – dice – ma non è così facile. Bisognerebbe avvertire tutte le scuole, annullare le lezioni. E poi, soprattutto, non ci sono voli disponibili. Sono tutti pieni”.

Ciò che le rimane di positivo, dopo questa brutta esperienza, è l’atteggiamento dei giapponesi. “La loro compostezza, serietà, efficienza, solidarietà reciproca è stata incredibile. Sono riusciti a mantenere la calma e a infonderla a noi stranieri. Loro, con questo sorriso stampato sul viso, hanno affrontato la situazione alla grande. Con me sono stati così affettuosi, mi hanno dato tanto calore. Gli avvisi sonori per strada e negli edifici, poi, ti tranquillizzano molto: ti dicono cosa sta succedendo e come devi comportarti. Sono sicura che questo popolo distrutto saprà reagire”.

“Non posso crederci. Sono cresciuta lì e ora non c’è più niente". Mizue Shibata è l'altra faccia della medaglia. Lei, giapponese che vive a Roma da un anno e mezzo, ha saputo della tragedia tramite l'sms di un'amica. "Venerdì mattina mi sono svegliata e ho letto questo messaggio: «Tutto bene a casa?». Ho acceso il computer e mi è crollato il mondo addosso". Mizue ha 26 anni. Al telefono è gentile, ma si capisce che parlare del suo Giappone è uno sforzo enorme. Dopo dodici mesi di Erasmus a Napoli è tornata nel nostro Paese per un dottorato in Lettere alla Sapienza. È iscritta all’Università di Tokyo ma è cresciuta a Sendai, la città devastata dallo tsunami. È lì che vivono i suoi genitori. “Per due giorni non sono riuscita a contattarli. Guardavo le immagini e pensavo al peggio. Domenica, dopo vari tentativi, ho sentito mia madre”.

La casa della famiglia di Mizue è a più di dieci chilometri dal mare, la furia dell’acqua non è arrivata fin lì. “I miei non hanno avuto danni diretti – racconta sollevata –. Sono senza internet, senza gas, senza acqua. Hanno molto freddo, ma sono vivi. Vicino casa è crollato un albergo e le strade sono chiuse”. Domenica mattina i genitori di Mizue hanno riavuto l’elettricità. “Hanno subito acceso la tv per rendersi conto di cosa era successo, prima non sapevano nulla di quello che c’era intorno. In confronto alle zone vicino al mare, da loro la situazione è tranquilla”.
Per Mizue, che su quelle spiagge ci andava spesso, vedere le immagini dello tsunami è stato un tuffo al cuore. Conosce la nostra lingua perfettamente ma quando racconta di Sendai fa fatica a trovare le parole. "Sono in pensiero per degli amici di cui non ho ancora avuto notizie”, ammette con un filo di voce. Cosa succederà ora? “Ho fiducia nel mio Paese e nel Governo. Sono certa che, anche per quanto riguarda la questione nucleare, c’informeranno su qual è la situazione e su come dovremo comportarci per andare avanti”.

Mizue ci tiene a sottolineare una cosa sui suoi connazionali: “Non è vero che non abbiamo paura e che viviamo i terremoti con indifferenza. Scosse del genere ci spaventano, eccome. Semplicemente non lo diamo a vedere. A voi non appare il nostro terrore perché ci hanno insegnato a non perdere il controllo, a non farci prendere dal panico. Già dalle scuole elementari ci dicono come comportarci. Siamo solo ben addestrati”.

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