Egitto, Tunisia, Libia: le rivoluzioni che non ti aspetti

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Un giornalista del Wall Street Journal ha messo a punto un indice della rivolte. Obiettivo: verificare il grado di propensione alla rivoluzione di una Paese. Il risultato è deludente. Va un po' meglio con il settimanale The Economist

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di Gabriele De Palma


La rivoluzione dei gelsomini ha avuto inizio in Marocco, poi si è propagata in Algeria, ha proseguito verso est in Libia, per giungere in Egitto e concludere la stagione delle rivolte nordafricane in Tunisia. Questo stando ai calcoli di un esperto del Wall Street Journal, Alen Mattich, che ha cercato di razionalizzare alcuni dati per comprendere l'evoluzione del malcontento nel mondo. In realtà non è andata così: il percorso è stato semmai inverso e non è stato previsto nemmeno da molti analisti politici, economisti e consumati commentatori di politica internazionale. D'altronde prevedere le rivoluzioni non è mai stato semplice, per quanto sofisticati possano essere gli strumenti utilizzati.
Quelli usati da Mattich sono il risultato dell'incrocio di dati macroeconomici e politici organizzati nel cosiddetto “indice delle rivolte”: la corruzione percepita, lo sviluppo umano e la disuguaglianza della distribuzione della ricchezza di un Paese. L'esito di questi calcoli dice che il Paese più instabile e più vicino a una rivolta è il Kenya, seguito dal Camerun, il Pakistan, la Nigeria, Indonesia e Filippine. Non esattamente lo scenario cui abbiamo assistito in questi due mesi.

Il primo paese nordafricano presente in classifica di Mattich è il Marocco, ottavo, seguito dall'Algeria e dalla Libia (dodicesimo e tredicesimo), l'Egitto è poco dietro (16°), mentre la Tunisia – Paese che ha acceso le rivolte nel sud del mediterraneo – è ventunesima. Da queste posizioni si può facilmente evincere che indici come questi non sono proprio uno strumento cui affidarsi ciecamente per prevedere l'andamento dei movimenti di piazza che hanno spodestato prima Ben Ali da Tunisi, poi Hosni Mubarak dal Cairo e che ora fanno traballare anche Mu'ammar Gheddafi. Il Bahrein, dove la tensione sociale è molto alta, è addirittura intorno alla cinquantesima posizione, dopo alcuni paesi europei che onestamente non sembrano sull'orlo di una sommossa popolare come la Croazia, e dopo due delle principali economie mondiali, Brasile e Cina, che – rivoluzione dei gelsomini fallita  a parte – non danno l'impressione di sedere su una polveriera.

Ma Mattich non è l'unico ardito a sfidare la complessità delle dinamiche sociali. Forse perché consapevole dei limiti di quanto messo a punto fino ad ora, ci ha provato anche il celebre economista Richard Florida (autore del bestseller "The Rise of Creative Class"), che ha messo mano a un “Indice di rivolta potenziale” (Index of Potential Unrest) mescolando tra loro parametri diversi come la forza lavoro rapportata alla classe creativa (il suo cavallo di battaglia, ovvero i lavoratori della conoscenza), la soddisfazione dei cittadini, il Pil pro capite, l'accesso a Internet, la libertà, la tolleranza e la trasparenza nelle elezioni. In questo caso il risultato è più coerente con quanto sta avvenendo tra piazza Tahir e il golfo della Sirte: il Paese più instabile risulta la Palestina (in particolare la striscia di Gaza) insieme allo Yemen, poi l'Egitto e l'Iraq. Tuttavia, nonostante la maggiore accuratezza, nemmeno lo strumento di Florida avrebbe potuto prevedere l'innescarsi della miccia rivoluzionaria in Tunisia – che risulta più indietro in classifica rispetto a Marocco, Libano, Siria, Giordania e Algeria –  né le tensioni in Barhein, appaiato all'Arabia Saudita in una posizione considerata “tranquilla”.

Insomma, anche il termometro di Florida non è precisissimo. Meglio, forse perché meno globali, i calcoli del settimanale The Economist, che ha concentrato le proprie analisi sul mondo arabo, redigendo l'indice del lanciatore di scarpe (gesto compiuto clamorosamente da un giornalista iracheno nei confronti di Bush Jr. e che esprime nella cultura araba grande disprezzo). In questo caso il cocktail mescola ingredienti quali la percentuale di cittadini sotto i venticinque anni di età, la longevità dei governi in carica, corruzione e grado di democrazia raggiunto, Pil pro-capite, il livello di libertà e censura e numero di under 25. Risultato: il primo a saltare avrebbe dovuto essere lo Yemen (dove comunque la rivolta dei gelsomini è arrivata anche se sull'onda di Tunisia ed Egitto), seguito da Libia, Egitto, Siria e Iraq. Anche in base a questa classifica però la rivolta tunisina era pressoché imprevedibile, visto che il Paese staziona nelle zone basse della classifica.

Nel complesso, tolta questa imprecisione, il settimanale inglese può essere ben orgoglioso della propria capacità di leggere nella sfera di cristallo delle rivoluzioni. A patto però di fermarsi all'oggi. Spulciando negli archivi della rivista, infatti, si scopre che una lista di paesi sull'orlo dei sommovimenti di piazza (Social Unrest) era stata fatta nel 2007 e poi aggiornata nel 2010. I dati dicono che l'Africa nera conquista agevolmente il podio (Zimbabwe, Ciad e Congo), mentre la prima nazione nordafricana a comparire è l'Algeria, al sessantunesimo posto. Il Marocco, invece, è novantottesimo e l'Egitto centoseiesimo dietro persino alla Spagna. La Tunisia, infine, che solo un anno dopo avrebbe dato inizio a tutto, è centotrentaquattresima, più stabile di Regno Unito e Italia.

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