Libia, tra Gheddafi e ribelli è guerra di posizione

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Controffensiva delle forze fedeli al Colonnello che avrebbero riconquistato un centro sulla costa. Ma in molte città vengono respinti. Espulsi dai rivoltosi sei agenti inglesi che tentavano un contatto. Tripoli minaccia: "Sarete invasi dagli immigrati"

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Nel caos che contraddistingue gli scontri in Libia, con fonti discordanti e difficilmente verificabili, sul fronte militare le forze fedeli a Muammar Gheddafi avrebbero strappato ai ribelli la città di Bin Jawad. I ribelli avrebbero invece respinto l'offensiva a Misurata ad est di Tripoli (dove si contano almeno 18 morti) e Zawiya, a sud della capitale. Non è chiaro il destino del crocevia petrolifero di Ras Lanuf. Gli uomini del Colonnello la danno per riconquistata; quelli del Consiglio Nazionale di Liberazione di Bengasi negano di averla ceduta. Resta fitto il mistero sulle raffiche che per tutta la mattinata si sono udite a Tripoli. Fonti vicine a Gheddafi sostengono si sia trattato di una manifestazione di gioia per la notizia della riconquista di alcune città dell'est del Paese.

Espulsi agenti inglesi
- Nel frattempo il primo tentativo britannico di prendere contatto con i ribelli si è trasformato in una umiliazione. Secondo quanto riferisce il Guardian un gruppo di 6 commando dello Special Air Services (Sas) e due agenti dello spionaggio (Mi6) sono stati catturati stamane dai ribelli vicino a Bengasi. I rappresentanti del Consiglio Nazionale di Liberazione si sono rifiutati di riceverli e li hanno rispediti indietro. "Non conoscevamo la natura della loro missione. Ci siamo rifiutati di discutere con loro di qualsiasi cosa per il modo in cui sono entrati nel Paese", ha spiegato il portavoce del Cnl Hafiz Ghoqa. Da Londra il ministro degli Esteri, William Hague, ha parzialmente ammesso il flop ma ha chiarito di avere "intenzione, consultandoci con gli oppositori, di mandare un'altra squadra per rafforzare il dialogo a tempo debito. Questo sforzo diplomatico è parte del più vasto lavoro della Gran Bretagna in Libia, compreso il nostro sostegno sul piano umanitario. Continuiamo a spingere perché Gheddafi lasci e lavoreremo la comunità internazionale per sostenere le legittime ambizioni del popolo libico".

I ribelli aprono alla trattativa - Un'ultima novita viene dal fronte dei ribelli che non senza qualche ambiguità hanno fatto sapere di "non essere stati contattati ufficialmente da nessuno per negoziare la pace" come proposto da Hugo Chavez. Mentre inizialmente fonti non ufficiali dei ribelli avevano respinto qualsivoglia ipotesi di mediazione ora il portavoce del Cnl Hafiz Ghoga non si è sbilanciato ma non ha neanche chiuso all'offerta: " Dipende su quello che ci offriranno anche se noi agiamo su input del nostro popolo e non possiamo ignorare le loro richieste". L'Unione Europea ha intanto inviato una missione diplomatica a Tripoli per valutare in loco le necessità umanitarie. A guidarla è l'italiano Agostino Miozzo: "Il nostro mandato e' verificare condizioni e i numeri dei cittadini europei presenti in Libia e accertare se hanno problemi particolari", ha chiarito al telefono il diplomatico chiarendo che la " missione non ha nessun obiettivo politico né alcun mandato a negoziare".

La Libia minaccia l'Europa - Dal suo bunker Gheddafi in un'intervista al Journal du Dimanche ha minacciato una invasione dell'Europa da parte di "migliaia di persone provenienti dalla Libia. "Se destabilizzano il Paese - ha detto - ci sarà il caos, arriveremo a Bin Laden, a dei gruppi terroristici: avrete il problema dell'immigrazione".
Posizione ribadita in serata da suo figlio Seif al Islam che in un'intervista a France 2 ha dichiarato che "rischiamo di diventare la Somalia del Mediterraneo, se l'Europa non ci da una mano i pirati arriveranno al largo della Sicilia, di Creta e di Lampedusa. E sarete invasi da milioni di migranti". Esprimendosi in inglese, Seif ha assicurato che per Tripoli, il presidente francese Nicolas Sarkozy continua ad essere considerato "un nostro amico e un amico della Libia". "Lo abbiamo accolto più volte qui a Tripoli e mio padre è stato accolto a Parigi", ha poi ricordato facendo riferimento alla visita effettuata da Gheddafi in Francia nel 2007 dopo anni di tensioni tra i due paesi. "Nelle ultime tre settimane vi sono state parecchie incomprensioni, con voci e 'reportages' pieni di bugie - ha continuato - questo sta influenzando tutti, compreso il vostro presidente, non posso certo fargliene una colpa".

Seif ha voluto poi sottolineare quanto siano state diverse, rispetto alla Libia, le rivolte popolari avvenute in Tunisia e in Egitto. "Quelle sono state autentiche rivoluzioni, con milioni di persone che per giorni e giorni hanno manifestato pacificamente nelle strade e nelle piazze", ha detto. In Libia invece "si sono costituite vere e proprie milizie armate ma da noi tutti i libici lotteranno fino alla morte per il loro paese". Il figlio di Gheddafi ha poi ironizzato sull'asserito voltafaccia della comunità internazionale nei confronti del padre. "Quando un regime è solido, tutti si inchinano ma quando vacilla, tutti dicono 'bye bye"', ha affermato.

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