Nerd, istruzioni per l'uso. Chi sono i nonni di Mr. Facebook

Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook (Credits: Getty Images)
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In un saggio edito da Isbn, Benjamin Nugent racconta la storia dei "ragazzi con gli occhiali che stanno cambiando il mondo", tra cui Mark Zuckerberg, il fondatore del social network. Leggi un estratto

di Benjamin Nugent

In If I Ran the Zoo [Se io dirigessi lo zoo, N.d.R.], un libro per bambini del 1950, il Dottor Seuss inventò un personaggio chiamato «nerd» il cui unico punto in comune con il nerd attuale era il fatto di avere sempre un’espressione seria. Ma un anno dopo, nel 1951, sulle prime pagine di Newsweek comparve un articolo secondo il quale il termine nerd era usato a Detroit come sinonimo di drip o square, e stava cioè a indicare un individuo noioso e antiquato. Ci sono altre ipotesi sull’origine della parola nerd. Mortimer Snerd era il pupazzo idiota che scherzava con il ventriloquo Edgar Bergen quando quest’ultimo non era occupato con il più famoso pupazzo Charlie McCarthy. Snerd era stupido, ma certo non era un nerd. Somigliava un po’ ad Alfred E. Neuman, con i dentoni sporgenti e il sorriso da idiota.
Il tipico look da nerd è precedente alla nascita della parola nerd e risale come minimo all’epoca della Depressione. Nel 1936, Sheldon Mayer, autore e direttore di riviste di fumetti, cominciò a pubblicare strisce su un aspirante fumettista di nome Scribbly. Scribbly non era un nerd nel senso di secchione; a scuola i compagni lo adoravano perché rispondeva a tono all’insegnante e riusciva a saltare le lezioni per dedicarsi ai suoi fumetti. Ma era un nerd perché aveva quello che ai nostri occhi, oggi, è un look da nerd, occhialoni e denti sporgenti, ed era così basso da dover salire sui trampoli per poter ballare con la sua fidanzata. Il suo nemico, nonché rivale in amore, era uno sportivo di nome Bentley.

Dieci anni dopo troviamo un nerd più completo. Non era ancora definito nerd, ma era in possesso di gran parte delle sue caratteristiche: pedanteria, tendenza a usare un inglese formale per le normali conversazioni quotidiane, voce nasale simile a quella dei suoi epigoni degli anni ottanta e novanta, come Lewis Skolnick nella Rivincita dei nerds e Steve Urkel in Otto sotto un tetto. Si tratta di Walter Denton di Our Miss Brooks, che debuttò come commedia radiofonica sulla cbs verso la fine degli anni quaranta e passò poi al canale televisivo della cbs nei primi anni cinquanta. In Our Miss Brooks Eve Arden interpreta Connie Brooks, un’insegnante di inglese del liceo, single e dalla lingua tagliente, che va a scuola ogni giorno approfittando del passaggio che il suo allievo Walter le dà sul suo vecchio macinino. Ecco uno scambio di battute tra i due:

«Before the hallowed walls of our beloved Madison High heaves into view…»
«What do you mean by “heaves into view”?»
«Well, every so often, you read about a ship that “hove into view”, doncha?»
«Yes».
«Well, hove must be the past tense mustn’t it? Heave, have, hove, isn’t it?»

Walter vuole far colpo su Miss Brooks con la ricchezza del suo lessico, ma non sa che hove è il passato di to heave solo in contesti nautici, e non fa che peggiorare le cose quando cerca di ricostruire, sbagliandolo, il paradigma del verbo to heave. Non può rappresentare il surrogato di un vero fidanzato con una vera macchina, e lo scopo della sua esistenza è evidenziare ancora di più il fatto che Miss Brooks sia nubile. Differenza d’età a parte, la sua voce, la retorica, il desiderio di parlare come un libro stampato sono tutte cose che lo rendono asessuato.
Fu negli anni sessanta che lo stereotipo del nerd assunse la sua forma completa. Dal 1952, anno della fondazione, fino al 1967, quando divenne un periodico hippy, la rivista umoristica Bachelor, pubblicata tre volte l’anno dal Rensselaer Polytechnic Institute, mantenne un contenuto più o meno costante. Si apriva con alcune pagine di barzellette per poi passare a una serie di ritratti, ispirati allo stile di Playboy, di donne che vivevano nei pressi dell’rpi, a Troy, nello stato di New York. Nelle pagine centrali c’erano scritti satirici, storie di fantascienza e racconti alla Salinger. E per finire parodie, fumetti e foto di attualità dalle didascalie salaci. Insieme al VooDoo del mit, il Bachelor era un luogo in cui i giovani ingegneri potevano pubblicamente esplorare il loro odio per se stessi: immancabili le battute sulle tendenze asociali del corpo studentesco. Nel novembre del 1953 la rivista pubblicò un fumetto a opera di uno studente di nome Norm Kurdell che riassumeva in una sola tavola tutto quanto c’era di buffo in una particolare tipologia umana dell’rpi. Il protagonista portava occhiali e cravatta, aveva le braccia magrissime e i capelli a spazzola. Il suo modo di attaccare bottone con l’altro sesso era decisamente poco convenzionale: si sedeva accanto a una donna che non ne voleva sapere niente di lui e le diceva: «Allora, si prende la radice quadrata dell’accelerazione e si divide per il coefficiente di frizione, e naturalmente così otteniamo…». Era un modo di descrivere il sesso come un processo meccanico: il tentativo, da parte di una persona che ragionava come una macchina, di affrontare un bisogno animale. Kurdell, laureatosi all’rpi nel 1956, ricorda che l’università era frequentata da nerd, anche se all’epoca non si chiamavano così. «Un certo tipo di ragazzi attiravano spesso la nostra attenzione. Andavano in giro con un regolo calcolatore chiuso in una custodia di pelle. Uno su dieci si presentava alle lezioni con il regolo che gli pendeva dalla cintura, come una spada. Non li chiamavamo nerd, ma erano diversi eccome. Avevano una passione speciale per le nozioni libresche e per lo studio. Non mi pare di ricordare che ci fosse una parola per definirli, ma si riconoscevano a un miglio di distanza; ricordo che una volta si diceva che questi tizi si sarebbero sfidati a duello [a colpi di regolo] per decidere chi doveva rispondere per primo.»
Kurdell ricorda inoltre che questa fauna umana spesso portava occhiali dalla montatura di corno.

Charlie Schmidt, laureatosi all’rpi nel 1967, ricorda chiaramente il momento in cui nella sua università la parola tool fu sostituita dalla parola nerd per definire questo tipo di studenti. Così mi scrive in un’email: «Nell’autunno del 1963, la parola tool, usata sia come sostantivo che come verbo, era molto diffusa, e spesso supertool era la definizione che adoperavamo per descrivere quei tipi che andavano in giro con l’astuccio da taschino e il regolo che pendeva dalla cintura. Ricordo di aver cominciato a sentire la parola nerd verso il secondo quadrimestre, usata alternativamente a supertool. Un anno dopo (o anche meno) la parola tool era praticamente caduta in disuso».
La parola nerd non compare su Bachelor nei primi anni cinquanta. Ma nel 1954 c’è una descrizione di quel tipo di persona definita grind: «Indossa pantaloni stropicciati color kaki, cardigan pesanti e occhiali spessi. La barba di tre giorni è un optional extra. Nel suo armamentario troviamo due regoli calcolatori, un portamatite assicurato alla cintura e un manuale sul principio di funzionamento delle valvole termoioniche. Se gli afferri un braccio con la mano lui ti dice: “Ok, Prof”. A completare il quadro abbiamo la cartella per i libri e un’espressione scontrosa». Tenendo conto che il «portamatite assicurato alla cintura » è un antesignano dell’astuccio da tasca, questa è la descrizione alquanto accurata di un nerd. Il look c’è tutto e anche la tipologia caratteriale, e questo ci fa capire che il nerd ha ereditato alcune delle sue particolarità dal grind.

Come dicevamo, la parola nerd non compare mai sui numeri di Bachelor degli anni cinquanta, ma il suono della parola era già nell’aria. Nella rubrica delle barzellette di un numero del 1945 di Running Light, rivista del Corpo Addestramento Ufficiali della riserva navale dell’rpi, ce n’è una che riporta l’epitaffio sulla tomba di una certa Miss Abegale Snerd: «Chi ha detto che non te la puoi ortare dietro?». Poiché la barzelletta vuole insinuare che la donna sia morta illibata portandosi la verginità all’altro mondo, il cognome Snerd sta a evocare l’immagine di una persona asessuata e probabilmente non attraente; tutto questo cinque anni prima di If I Ran the Zoo.
Infine, su un numero di Bachelor del 1964 apparve un personaggio chiamato Nurdly, un’ingenua matricola protagonista di una parodia di West Side Story incentrata sulle tecniche di reclutamento delle confraternite, le associazioni studentesche. Tutto questo combacia con il ricordo di Charlie Schmidt e cioè che la parola nerd cominciò a diffondersi verso l’inizio di quell’anno. Alla fine del 1964 ci fu un altro articolo sulla rush week, la settimana di reclutamento delle associazioni studentesche, che parlava di una particolare confraternita che, all’arrivo dei potenziali nuovi adepti, spediva tutti i suoi nurd in giro a cercare scorte per le feste. Nel 1965, sulla quarta di copertina della rivista c’era la pubblicità di un anello commemorativo della laurea e la didascalia diceva: «Cosa hanno da sorridere questi 61 nurd?». L’immagine ritraeva un folto gruppo di tipi dal fisico per nulla atletico, in camicia e occhiali spessi e con l’anulare ben in vista per mostrare l’anello commemorativo in una specie di saluto di massa.

Verso la fine del 1965, Jack Gelb, un assiduo collaboratore del Bachelor, scrisse un racconto di spionaggio alla James Bond, in chiave parodistica intitolato «The Wedge: The Simplest of Tools». Wedge era un agente segreto e in una delle illustrazioni che accompagnavano il testo appariva con i capelli neri, spettinati e radi, gli occhialoni enormi e la camicia abbottonata fino all’ultimo bottone. Aveva il suo regolo d’ordinanza e dal taschino della camicia spuntava un oggetto a forma di tasca, probabilmente un astuccio, con sopra una w. Nella storia si narrava che Wedge apparteneva alla specie dell’homo nurdus extraordinaire, e combatteva il male trovando la soluzione a problemi scientifici. Nel 1966 ci fu il sequel dell’avventura di Wedge con una versione ortografica più contemporanea della parola nurd: il racconto si intitolava infatti «The Man from n.e.r.d».
Più o meno all’epoca in cui Bachelor pubblicò questa parodia di The Man from u.n.c.l.e., la parola nerd cominciava a comparire sulla pagine delle barzellette della rivista VooDoo del mit e i collaboratori di Bachelor avevano preso ad autodefinirsi nerd. In un’intervista, la mascotte della rivista, un personaggio di fantasia chiamato Old Man Tuckit, insultava l’intervistatore chiamandolo Bachelor nerd. E in un articolo su un viaggio a New York, si legge che i newyorkesi apostrofavano con un «Ehi, nurd!» quelli dell’rpi.
Jerry Lewis aveva appena creato il personaggio di Julius Kelp, lo scienziato con papillon, camice da laboratorio e dentoni delle Folli notti del dottor Jerryll. Uscito per la Paramount nel giugno del 1963, il film è una rivisitazione della storia di Jekyll e Hyde attraverso la contrapposizione del personaggio del nerd e quello dello hipster. Il technicolor fa sembrare il film una specie di Mago di Oz visto da un miope senza occhiali, e la regia è talmente poco attenta alla recitazione che si vedono personaggi minori che ogni tanto si fermano per ricordarsi le battute. Ma i manierismi e l’abbigliamento di Julius Kelp sembrano una sorta di premonizione tanto ricordano, anche se con toni esasperati, le scenette sui nerd del Saturday Night Live di tredici anni dopo e La rivincita dei nerds di ventun anni dopo. I toni sono talmente esagerati che se oggi Jim Carrey recitasse in quel modo, probabilmente qualcuno protesterebbe perché avrebbe l’impressione che l’attore voglia prendere in giro le persone affette da autismo. L’istinto sociale di Kelp è così scarso che quando il preside lo rimprovera aspramente rivolgendogli una domanda retorica («Kelp, da quanto tempo è in questa università?») lui tira fuori dalla tasca un orologio e comincia a calcolare la risposta esatta fino al minuto. La sua voce è così naturalmente piatta e nasale, la postura così insignificante e poco atletica, da farlo assomigliare più al Dustin Hoffman di Rain Man che al Lewis Skolnick della Rivincita dei nerds.
Ma nel film la parola nerd non viene mai usata. L’esempio più antico che sono riuscito a trovare di un legame tra il look del personaggio di Jerry Lewis e la definizione – nurd/nerd – che racchiude quella tipologia umana è sulla rivista Bachelor e risale a poco dopo l’uscita del film Le folli notti del dottor Jerryll. Undici anni separano la comparsa del perfetto look da nerd (del personaggio di Wedge) nel 1965 sulla rivista Bachelor e le prime scenette sui nerd del Saturday Night Live con Bill Murray e Gilda Radner, ma il modello è rimasto praticamente invariato.
Copyright © 2008 by Benjamin Nugent All rights reserved © Isbn Edizioni S.r.l., Milano 2011

Tratto da Benjamin Nugent, Storia naturale del nerd, Isbn edizioni, pp. 232, euro 19,90

Benjamin Nugent
, dopo aver suonato nella band The Cloud Room, ha iniziato a scrivere per Time e New York Times. Nel 2004 ha pubblicato Elliott Smith and the Big Nothing, biografia del musicista scomparso nel 2003.

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