Quando Saif Gheddafi teorizzava la democrazia

Saif Gheddafi prima degli scontri.
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Il secondogenito del leader libico che minaccia fiumi di sangue in tv è lo stesso che esaltava il ruolo della società civile nella tesi per il dottorato alla London School of Economics e che per anni ha incarnato il volto riformista del regime

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di Carola Frediani


“Combatteremo fino all'ultimo, fino all'ultima pallottola (…) La Libia è a un bivio, se non arriveremo a un accordo sulle riforme scorreranno fiumi di sangue”. Così ha tuonato Saif Al Islam, 38 anni, secondogenito di Muammar Gheddafi, rivolgendosi alla nazione in rivolta durante un discorso in tv il 20 febbraio. “Come creare istituzioni di governo più giuste e democratiche, esplorando l'approccio di un sistema più formale di processi decisionali collettivi da parte dei tre principali attori della società globale: governi, società civile e imprese”. Così scriveva qualche anno fa lo stesso Saif Al Islam nella sua tesi di dottorato conseguito alla prestigiosa London School of Economics (LSE). Tesi che ora alcuni siti web hanno prontamente recuperato mettendo in luce il contrasto tra ieri e oggi.

La parabola del figlio del satrapo che aveva sposato i valori occidentali, la faccia rispettabile del regime di Gheddafi su cui stavano scommettendo imprenditori e diplomatici europei, si è all'improvviso trasformata in un romanzo di Robert Louis Stevenson.
Siamo di fronte a Dottor Jekyll o a Mr Hyde? si chiedono ora in molti osservatori, giustapponendo quel discorso in tv alla dissertazione che citava il filosofo illuminista David Hume e che s'intitolava “Il ruolo della società civile nella democratizzazione delle istituzioni di governance globali”.

Il verdetto è senza appello. Tant'è che la stessa London School of Economics ha preso le distanze dal suo discepolo, bloccando un programma in corso con la Gaddafi International Charity and Development Foundation, Ong presieduta proprio da Saif, che con 1,5 milioni di sterline stava finanziando un “centro studi sulla democrazia” (sic!). Ora quella pecunia, a fronte delle centinaia di morti, forse mille, sulle strade di Tripoli e di Bengasi, puzza un po' troppo.

Eppure gli esordi del secondogenito di Gheddafi nell'alta società occidentale erano stati promettenti. Approdato alla LSE nel 2002, il rampollo libico parlava un inglese fluente, indossava eleganti vestiti italiani, viveva in una lussuosa casa neogeorgiana nel nord di Londra, e frequentava personaggi della caratura di Lord Mandelson, il finanziere Nathaniel Rothschild e il duca di York Ma anche, fa notare oggi qualcuno, il defunto leader dell'estrema destra austriaca, Joerg Haider.
Sta di fatto che tramite la già citata Ong, Saif appariva impegnato nelle più svariate attività umanitarie, oltre che in uno scontro frontale con l'ala più conservatrice del regime di Tripoli, e ancora lo scorso maggio, in un discorso al Royal Institute of International Affairs Chatham House, così parlava: “Credo che la società civile abbia un ruolo fondamentale nel rendere la democrazia effettiva...” .

Ora proprio contro quella società civile difende il padre, parla di lotta a oltranza, di guerra intestina, e si rende complice dei massacri dei manifestanti. Per David Held, suo professore alla LSE, “l'uomo che faceva quel discorso non è il Saif che ho conosciuto”. Per il blog di Foreign Policy, è la fine di un mito, peggio: di una leggenda metropolitana.

Della famiglia Gheddafi e dei sette figli del rais, infatti, era l'unica speranza riformista. Certo non si poteva contare su Hannibal, 35 anni: noto per essere quanto meno manesco, nel 2008, dopo aver picchiato due domestici marocchini in un albergo di Ginevra, innescò una crisi diplomatica tra la Libia e la Svizzera. Fuori dai giochi, quanto meno della politica, Al-Sa’adi Gheddafi, 37 anni, calciatore, che oltre ad aver giocato nella nazionale libica (e non mancò di fair play, come si evince da questo video, allietò anche il calcio italiano: dal Perugia all'Udinese fino alla Sampdoria.

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