Libia, mercenari per sedare la rivolta

Yemen
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Inferno a Bengasi, crepe nel sistema di potere di Gheddafi, ma si teme un massacro. Scontri e feriti anche ad Algeri, un deputato in coma. Giallo sulla morte di Ben Alì. Una vittima nello Yemen, sciopero a oltranza nel Bahrein. VIDEO E FOTO

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Le immagini delle proteste

Paesi arabi in rivolta. Dopo le cadute di Mubarak in Egitto e Ben Alì in Tunisia, si moltiplicano le manifestazioni di protesta in molte altre nazioni islamiche. Dalla Libia allo Yemen, dall'Algeria all'Iran, le piazze si riempiono di oppositori ai regimi.

(In fondo al pezzo tutti i video sulle proteste)

Libia - Nel buio dell'informazione interrotta, con il blocco di Internet e Facebook inaccessibile, gli echi dei disordini in Libia fanno temere il massacro che rischia di estendersi da Bengasi, capoluogo della Cirenaica tradizionalmente avversa a Muammar Gheddafi, al resto del Paese con una repressione sanguinosa che ha già fatto decine di vittime.
Un video molto duro (lo trovate qui) mostra un manifestante ucciso da un colpo alla nuca.

Intanto, è di 84 morti il bilancio di Human Right Watch per tre giorni di contestazioni in Libia, mentre nella serata di sabato c'è già chi parla di oltre 120 vittime: l'organizzazione umanitaria con sede a New York grazie a segnalazioni di testimoni, fonti mediche e residenti, ha confermato la gravità della situazione in particolare a Bengasi dove in 72 ore di scontri - fino a venerdì - Hrw aveva contato 55 morti. Mentre Al Jazira riferisce di 15 morti solo nella giornata di sabato, vittime in alcuni casi di cecchini che hanno aperto il fuoco contro un corteo funebre a Bengasi.
"Bengasi è nel caos", ha raccontato un italiano sul posto, e anche a Derna, 350 chilometri dalla città al centro della rivolta, secondo testimoni la situazione è drammatica. Un dimostrante a Bengasi ha riferito inoltre alla Bbc che anche alcuni soldati stanno passando "dalla parte della protesta", mentre qualcuno riferisce di una città quasi 'fantasma' con le forze di sicurezza ritiratesi nella cittadella fortificata, noto come il Centro di Comando, da dove "sparano i cecchini".
Negato l'ingresso alla stampa internazionale (ancora informazioni non verificabili riferiscono di manifestanti al valico di confine tra Libia ed Egitto intenzionati a prenderne il controllo proprio per far passare i giornalisti) è la voce degli esuli che getta luce sulla Libia in fiamme: "Sarà un massacro, sarà un bagno di sangue se la comunità internazionale non interviene", dice Mohammed Ali Abdallah, vicesegretario generale del Fronte nazionale per la salvezza della Libia, secondo cui forze speciali di sicurezza si apprestano ad attaccare Bengasi e altre città del Paese per lanciare la repressione più dura: "Potrebbe esserci un bagno di sangue già nelle prossime 48 ore".

Prima del black out della rete, sarebbe stato diffuso un video realizzato dai manifestanti di Bengasi per provare che gli agenti della sicurezza usati per reprimere le proteste di questi giorni sarebbero cittadini di paesi dell'Africa sub-sahariana, usati come mercenari (in arabo 'Murtazaqa). Testimoni oculari hanno infatti rivelato alla tv satellitare al-Arabiya che almeno quattro aerei militari sono partiti tre giorni fa dal Benin alla volta dell'aeroporto di Bengasi per portare questi uomini provenienti da diversi paesi africani.

Silvio Berlusconi, è intervenuto sul tema lasciando Palazzo Grazioli: "Gheddafi non l'ho ancora sentito - ha aggiunto il premier - la situazione è in evoluzione e quindi non mi permetto di disturbare nessuno". Ma la frase è giudicata infelice dall'opposizione che invita il governo a riferire in Parlamento.

Algeria - Cariche della polizia e feriti anche nel centro di Algeri, dove un migliaio di persone ha sfidato il divieto di manifestare nella capitale. Lo rende noto il quotidiano indipendente al-Watan che descrive una città blindata. Le forze dell'ordine sono riuscite a disperdere, anche con la violenza, i manifestanti che si radunavano in piazza 1 maggio. "Sono profondamente scosso", ha detto il segretario della Lega per i diritti umani (Laddh), Mustapha Bouchachi, "quello che sta succedendo è molto grave".
E proprio durante gli scontri un deputato algerino del partito di opposizione, Raggruppamento per la cultura e la democrazia (RCD), Tahar Besbes, sarebbe caduto in coma dopo essere stato colpito da un pugno da un agente durante la manifestazione. "I medici stanno tentando di risvegliarlo", ha detto  Mohseb Belabbas, portavoce del partito. "Dopo essere stato colpito al ventre da un agente", ha precisato, "ha sbattuto la testa e ha perso i sensi" e "per alcuni minuti è rimasto a terra". "La polizia ha impedito che venisse trasportato via subito dalla protezione civile", ha aggiunto. "Soltanto l'insistenza di alcuni manifestanti ha convinto gli agenti a lasciar passare i soccorsi".

Bahrein - Il re Al-Khalifa ha annunciato all'esercito di ritirarsi dalle strade, ma questo non è stato sufficiente a placare la protesta. Per contestare l'uso della forza nel reprimere la rivolta, il principale sindacato ha annunciato che da domenica inizierà uno sciopero a oltranza e continuerà a manifestare per una svolta democratica della monarchia del Golfo. Il bilancio delle vittime da lunedì scorso è di 8 morti e almeno 25 persone ferite dal'esercito, che ha sparato sulla folla, per poi impedire alle ambulanze e ai medici di prestare soccorso. La crisi in corso nel Bahrein è particolarmente delicata in quanto condotta da una maggioranza sciita contro una minoranza sunnita, che guida il Paese. La dinastia reale degli Al-Khalifa è al potere dal 18esimo secolo. L'esito della disputa tra sunniti e sciiti in Bahrain potrebbe influenzare le tensioni tra le due confessioni nell'intero Medioriente. Se gli sciiti dovessero assumere il potere a Manama, questo avrebbe ripercussioni sulla popolazione sciita in Arabia Saudita e in Iran.

Egitto -  Il Wasat (il Centro), formato da dissidenti moderati dei Fratelli Musulmani e aperto ai cristiani, è diventato il primo partito ad essere riconosciuto in Egitto dalla caduta di Hosni Mubarak, l'11 febbraio. Un tribunale del Cairo ha concesso al partito la licenza che gli consentirà di partecipare alle prossime elezioni. Il Wasat aveva richiesto per quattro volte la licenza negli anni '90, ma la domanda era stata respinta in base alla legge del 1977 che mette al bando i partiti con un programma a sfondo religioso.
Inoltre, lo stato d'emergenza, decretato nel 1981 dopo l'attentato ad Anwar Sadat e mai
rimosso, sarà abrogato entro 6 mesi. Lo riferisce una fonte vicina alla giunta militare al potere. Una notizia che non potrà che deludere l'opposizione che aveva fatto della fine
dello stato di emergenza la sua richiesta principale dopo le dimissioni di Hosni Mubarak.

Tunisia - E' giallo sulla sorte dell'ex-presidente tunisino, Zine al-Abidine Ben Ali. Tra Europa e Medio Oriente continuano a circolare voci sulla sua morte. Voci che tuttavia non hanno trovato alcuna conferma. Da giorni sul web si intrecciano indiscrezioni in merito a un ictus che avrebbe colpito lunedì l'ex-dittatore tunisino, che sarebbe stato ricoverato in un ospedale di Gedda, in Arabia Saudita. In seguito a questo, l'ex-presidente, deposto il 14 gennaio dopo 23 anni al potere, sarebbe entrato in stato di coma. Una notizia che anche nei giorni scorsi Tunisi ha commentato con estrema prudenza, perché assolutamente priva di conferme ufficiali.

Yemen
- Uno studente è stato ucciso da colpi di arma da fuoco ed altri cinque sono rimasti feriti in scontri avvenuti con sostenitori del regime intorno all'università di Sanaa. Il bilancio delle proteste della giornata di venerdì è stato invece di 10 vittime.

Kuwait - Proteste anche in Kuwait, dove venerdì 18 febbraio, trenta persone sarebbero rimaste ferite negli scontri tra manifestanti e forze dell'ordine. Le manifestazioni si svolgono soprattutto a Jahra, cittadina nel nord ovest del paese. Protagonisti degli scontri sono i cosiddetti "bedoun jinsiyya", una fascia della popolazione che vive in Kuwait ma che non ha la cittadinanza. I manifestanti chiedono di ottenere la nazionalità del piccolo paese, in modo da avere diritto a educazione, sanità e lavoro come tutti gli altri cittadini.

Arabia Saudita - Un piccolo gruppo di sciiti avrebbe inscenato una protesta anche in Arabia Saudita, nella città di Awwamiya, vicino al confine con il Bahrein. I manifestanti si sono riuniti nella piazza della città, rimanendo in silenzio, senza urlare slogan o alzare cartelli. In Arabia Saudita si applicano la dottrina wahabita e sunnita e la minoranza sciita da sempre lamenta di essere sottomessa.

Marocco - Il 20 febbraio sarà la volta del Marocco, che finora è stato l'unico Paese dell'area risparmiato dall'ondata di proteste, ma che, come la Tunisia, sta vivendo un  difficile momento economico.
Domenica, scenderà in piazza il Movimento del 20 febbraio per il Cambiamento, gruppo formato in maggioranza da giovani che chiedono riforme costituzionali per ridurre i poteri di re Mohammed VI e un sistema giudiziario più indipendente. I manifestanti scenderanno in piazza per chiedere al re anche lo scioglimento del governo e parlamento. Alla grande manifestazione di domani hanno già aderito 17mila persone su Facebook.

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