L'Egitto è libero, ma il futuro resta incerto

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Dopo le dimissioni di Mubarak il potere passa ai militari. Ma il rischio adesso è che il Paese si trasformi in un "altro Pakistan: una democrazia di facciata dove il potere è in mano a un pugno di generali”

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Una cosa è sicura: il day after, a Il Cairo e dintorni, è rosa dopo le dimissioni dell'"ultimo faraone",  Hosni Mubarak. Su questo, non ci sono dubbi; sul futuro del Paese, invece, le certezze latitano.
E mentre la folla festeggia in piazza (e i socialnetwork le fanno eco sul web), il potere va ai militari, a cui spetta il compito di una transizione verso la democrazia.
E proprio su questo traghettamento c'è chi avanza diversi dubbi. E' il caso, tra gli altri, di Fareed Zakaria, che sul Corriere della Sera parla del rischio di un altro Pakistan: "Una democrazia di facciata dove il potere è in mano a un pugno di generali".

"L'Egitto - scrive l'autore di Democrazia senza libertà - non è un regime incentrato su Mubarak e fondato sul culto della personalità, malgrado le voci insistenti sulle sue favolose ricchezze e i ripetuti tentativi di insediare il figlio al potere come successore. Sin dai giorni del colpo militare del 1952, l'Egitto è stata una dittatura governata da e per i militari".
Ed è in quell'esercito (a cui è affidato da oggi tutto il potere) che altri analisti si concentrano. Bernardo Valli - su Repubblica - racconta le divisioni, "spesso generazionali", tra i capitani, i maggiori, i colonnelli "colpiti e frustrati dalle rivelazioni sulla corruzione del regime" e gli alti in grado compromessi col regime. Su di loro, da oggi e per i prossimi mesi, saranno concentrati gli occhi di tutto il mondo.

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