Anche il New York Times vara il suo WikiLeaks

OpenLeaks, uno dei cloni di WikiLeaks.
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Il quotidiano americano sembra intenzionato a mettere a punto un sistema tecnologico per accogliere le soffiate degli informatori. Al Jazeera lo ha già fatto, mentre i cloni del sito di Assange crescono come funghi. Anche in Italia

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di Raffaele Mastrolonardo

Si può dire di tutto su WikiLeaks ma non si può negare che faccia scuola. Il sito creato da Julian Assange è stato il primo a sfruttare la rete per concedere al mondo la possibilità di rivelare informazioni segrete grazie a una robusta e sicura infrastruttura tecnologica. Ora, a quanto pare, sta insegnando a molti come fare. E tra questi c'è persino il New York Times, il più famoso quotidiano del globo, che attraverso il suo direttore Bill Keller ha confermato di avere imboccato la strada delle rivelazioni anonime via Internet. La testata – ha spiegato Keller - sta infatti lavorando ad un sistema tecnologico per ricevere documenti riservati un po' come fa il sito degli informatori. Dettagli non ce ne sono ancora ma il progetto è già partito: “Un piccolo gruppo di computer-assisted reporter, - ha affermato Keller - di giornalisti della divisione delle news interattive con l'aiuto dell'unità investigativa e dell'ufficio legale stanno discutendo varie opzioni”.

La decisione del New York Times – tanto più comprensibile dopo la lettura del recente resoconto sulla difficile relazione con Assange - conferma che l'idea sta trovando terreno fertile in alcune delle più importanti testate internazionali. Se infatti nella redazione del giornale newyorchese si sta ragionando su come procedere, Al Jazeera è già passata dalle parole ai fatti. All'inizio di gennaio l'emittente del Qatar ha lanciato la sua Transparency Unit, un servizio che permette a chi abbia materiali riservati di riversarli online in modo sicuro e anonimo. I contenuti – si legge nella presentazione dell'iniziativa - saranno sottoposti ad una rigorosa verifica da parte della redazione. La decisione della televisione araba ha spinto alcuni a domandarsi se i grandi media non abbiano cominciato una “gara all'acquisizione di rivelazioni di grandi dimensioni”. La mossa del New York Times parrebbe rafforzare questa ipotesi.

Di certo la strada scelta dai due grandi media sembra, curiosamente, in linea con un'idea a lungo coltivata da WikiLeaks ma mai realizzata. Alla fine del 2009 il sito di Assange, ancora relativamente poco conosciuto, aveva chiesto alla Knight Foundation un finanziamento da 500 mila dollari per collegare la propria infrastruttura tecnologica ai siti dei vari quotidiani. In questo modo, nell'idea dell'australiano, un informatore poteva sottoporre i propri documenti attraverso una pagina Web di una certa testata, farli scorrere lungo il network di WikiLeaks e godere delle protezioni tecnologiche e legali del sito contro i segreti. Il quotidiano che aveva funzionato da buca delle lettere avrebbe goduto di un'esclusiva temporanea sulla storia. Con grande disappunto di Assange, che parlò di decisione “politica”, la Knight Foundation non ritenne però il progetto degno di finanziamento. Nel frattempo, un'iniziativa simile, chiamata LocaLeaks e pensata per i quotidiani locali americani, è stata lanciata dalla City University of New York.

A conferma che le buone idee non aspettano altro che essere copiate, i servizi per informatori delle grandi testate si vanno ad aggiungere ad una già lunga lista di “cloni” del servizio di Assange. In questi ultimi mesi, sulla scorta del successo dell'originale, sono nati progetti locali come il balcanico BalkanLeaks, l'indonesiano Indoleaks, l'europeo Brusselsleaks. Accanto a questi, inoltre, sono partiti o sono in fase di realizzazione nuovi siti per informatori su scala planetaria. Tra gli altri, OpenLeaks, operativo da pochi giorni e guidato dall'ex portavoce di WikiLeaks Daniel Domscheit-Berg, e GlobaLeaks, ancora in fase di sviluppo, che vede coinvolti anche programmatori italiani.

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