Tunisia, una rivoluzione targata WikiLeaks?

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Quanto hanno pesato le rivelazioni del sito degli informatori nell’esplosione delle proteste del paese mediorientale? Secondo la rivista Foreign Policy non poco.

di Raffaele Mastrolonardo

La prima rivoluzione ispirata da WikiLeaks? Anche se la risposta non può essere definitiva solo porsi la domanda rende l’idea del delicato rapporto tra diffusione dell’informazione e azione politica nella società contemporanee ai tempi del Web di massa. E dunque spinge ad interrogarsi sull’impatto che un sito come quello di Julian Assange può avere sulla stabilità di uno stato.

A sollevare la questione – alla luce della piega presa dagli eventi tunisini
- è la versione online di Foreign Policy. In un articolo intitolato significativamente “The first WikiLeaks revolution?” il sito della prestigiosa rivista di relazioni internazionali si domanda se e quanto le rivelazioni dell’organizzazione degli informatori abbiano contribuito ad alimentare le proteste che da quasi un mese scuotono il Paese mediorientale e che hanno portato all’allontanamento del presidente in carica Ben Ali.

Risposte certe all’interrogativo, almeno a così breve distanza dagli eventi, non ce ne possono essere ma alcuni indizi sì. Secondo Foreign Policiy i tunisini avevano ampie ragioni per protestare (dall’aumento dei prezzi alla disoccupazione) indipendentemente dal cosiddetto “cablegate” e certamente erano a conoscenza di molte delle informazioni contenute nei cablogrammi. Resta però il fatto, secondo la rivista americana, che gli scoop di Assange sono diventati il “catalizzatore” del risentimento popolare e sono stati sia un “grilletto che uno strumento per la rabbia politica”. Per queste ragioni la Tunisia potrebbe essere considerata “il primo stato spinto sull’orlo del precipizio da WikiLeaks”.

In attesa che gli storici si pronuncino con maggiore rigore sull’attendibilità di questa tesi, a favore della suggestione di Foreign Policy si schiera uno dei blogger più famosi del Paese. Intervistato dal Sole 24 Ore il 47enne Zied el Heni ribadisce il ruolo del sito di Assange nelle vicende di queste settimane: “Questa - dice - è stata la prima rivoluzione di WikiLeaks: quando la gente ha letto cosa pensava l'ambasciatore americano della Tunisia, definita nei suoi rapporti uno ‘stato mafioso’, ha cominciato a gridare in piazza ciò che prima, per paura, mormorava solo nei caffè. La protesta cominciata per carovita e disoccupazione si è trasformata in movimento per la libertà di opinione ed espressione, diritti garantiti da una costituzione e violati sistematicamente per decenni”.

La successione dei fatti sembra confermare la teoria, o quantomeno non invalidarla. I primi cablogrammi relativi al paese magrebino sono stati infatti pubblicati il 28 novembre scorso e sono stati prontamente diffusi sul Web locale. Un’ora dopo l’apparizione online dei documenti i membri del blog collettivo indipendente Nawaat avevano già approntato il sito Tunileaks per raccogliere le rivelazioni. Contemporaneamente su Twitter faceva la sua apparizione l’hashtag #tunileaks attraverso il quale gli utenti potevano condividere e segnalare informazioni: dalle prigioni segrete per i dissidenti alla tigre apparentemente in possesso di El Mater, il figlio del presidente Ben Ali, a vari episodi di corruzione, tra cui  gli ingenti profitti realizzati dalla first lady Leila Trabelsi attraverso la vendita di una scuola privata che le era stata data in concessione gratuitamente.

La risposta del governo tunisino non si è fatta attendere. Le autorità hanno bloccato l’accesso a TuniLeaks  e al giornale libanese Al Akhbar che aveva pubblicato i documenti di WikiLeaks. Ma le informazioni delicate erano ormai in circolazione e quando il 17 dicembre il 26enne Mohammed Bouzazi si è dato fuoco nella città di Sidi Bouzid l’insoddisfazione per la situazione economica e le rivelazioni sulla corruzione del regime avevano già creato un corto circuito esplosivo che avrebbe alimentato manifestazioni ed atti di disobbedienza civile in tutto il Paese. 

Come insegnano i logici, non tutto ciò che accade dopo qualcosa è necessariamente causato da questa. La successione degli eventi qualche dubbio lo fa comunque venire e spinge in effetti a domandarsi se questa sia la prima rivoluzione post-Wikileaks o dell’era WikiLeaks, in cui l’informazione diventa un agente fondamentale del cambiamento politico. Di certo, in attesa di un responso più scientifico, i fatti di Tunisia costituiscono un ulteriore conferma - dopo l’Iran e la Moldavia - dell’importanza che ha assunto il Web nelle proteste sociali. WikiLeaks o no, infatti, anche in questo caso blog, social network e siti di condivisione hanno rappresentato uno strumento decisivo di divulgazione dei fatti e di organizzazione delle manifestazioni.

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