Assange, se estradato rischia Guantanamo o la pena di morte

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E’ l’allarme lanciato dagli avvocati del fondatore di Wikileaks, accusato di violenza e molestie sessuali su due donne, nella memoria depositata nel tribunale del carcere di Belmarsh. Intanto il sito perde soldi

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Se venisse estradato negli Usa, Julian Assange finirebbe a Guantanamo e rischierebbe una condanna a morte: è l'allarme lanciato dagli avvocati del fondatore di Wikileaks nella memoria depositata nel tribunale del carcere londinese di Belmarsh. In una breve udienza, il giudice Nicholas Evans ha fissato per il 7 e l'8 febbraio l'esame definitivo della richiesta di estradizione avanzata dalla Svezia per le accuse di violenza e molestie sessuali su due donne. E si è capito che il 39enne australiano baserà la sua difesa sulla persecuzione che starebbe subendo dagli Usa, dove la destra ha creato un clima di odio contro il suo sito simile a quello che ha favorito la strage di Tucson, in Arizona.

Gli avvocati: “Rischia la pena di morte” - I legali di Assange hanno espresso forte preoccupazione per la sua sorte: "Se estradato in Svezia, gli Stati Uniti ne chiederebbero l'estradizione o potrebbero rapirlo e portarlo in America, dove rischierebbe di essere detenuto a Guantanamo o altrove, in condizioni che violerebbero l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani", hanno sottolineato nel documento presentato alla Corte e divulgato alla stampa. "Se Assange dovesse essere consegnato agli Stati Uniti senza garanzie, ci sarebbe il serio rischio di una condanna a morte", hanno avvertito gli avvocati.

Fuori dall’Aula - L'udienza, nel super-carcere di Belmarsh, la “Guantanamo britannica", è durata un'ora durante la quale Assange è intervenuto solo per fornire le sue generalità. Il giudice Evans, ha stabilito che il 39enne australiano, nei giorni dell'udienza definitiva a febbraio, potrà risiedere al Frontline Club di Londra, all'indirizzo 13 Norfolk Place. La concessione del cambiamento di residenza coatta per gli arresti domiciliari è stata motivata con la necessità di agevolare l'arrivo di Assange in tribunale Molti i giornalisti presenti, pochi invece i fan che sinora hanno seguito Assange. Solo una ventina di persone ha atteso infatti nell'area esterna al moderno e gelido complesso giudiziario. Pochi i cartelli di sostegno, alcuni polemici: "Here is the trial show" (Ecco il processo spettacolo, ndr).

Assange: “Si rischia un’altra strage come quella di Tucson” - Dopo l'udienza, Assange si è trattenuto con i suoi avvocati per un'ora e mezza. Poi, il fondatore di Wikileaks, solita giacca scura coperta da un piumino beige, è uscito e, davanti ai giornalisti, ha promesso: "Continueremo a lavorare senza sosta e pubblicheremo altro materiale e altri cablogrammi che appariranno presto sui nostri giornali partner in tutto il mondo". Insomma, Wikileaks non si arrende, nonostante il sito perda 500mila euro a settimana dopo il blocco dei conti correnti seguito alla diffusione dei cablogrammi riservati della diplomazia americana. Dopo essere uscito dalla Corte, Assange ha fatto trasmettere su Twitter un comunicato in cui ha invitato gli Stati Uniti a vigilare sul clima di odio che si sta instaurando nei confronti del sito e dei suoi collaboratori: "Si rischia un'altra strage come quella di Tucson", ha avvertito l'ex hacker, ricordando le affermazioni di Sarah Palin - che aveva invitato l'amministrazione Usa a "dare la caccia al fondatore di Wikileaks come a un talebano" - e di un altro esponente repubblicano, Mike Huckabee, che aveva chiesto la sua condanna a morte.

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