Miotto, l'ira di La Russa: "Sull'assalto informato tardi"

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Il ministro della Difesa ritorna sulla dinamica della morte dell'alpino in Afghanistan e si dice "arrabbiato" con i militari: "Non era stato detto neanche a me che vi era stato uno scambio di colpi di arma da fuoco durato diversi minuti”

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'Snow' e 'Ice', neve e ghiaccio, sono i due avamposti degli alpini nel Gulistan. 'Lavaredo' è l'altra base avanzata, nel confinante distretto di Bakwa, ugualmente pericoloso e infestato di 'insurgents'. Gli insorti.
In questa parte di Afghanistan, tutto rocce, montagne, grotte e deserto, in quattro mesi i militari italiani hanno subito 36 attacchi con armi leggere e/o mortai, hanno scoperto in tempo sette ordigni esplosivi e sono saltati su altri 6.

Cinque le vittime tra le penne nere del 7/o di Belluno. L'ultimo a lasciarci la pelle, la fine dell'anno, l'alpino Miotto, centrato al collo dal colpo di un cecchino.
E' stato ucciso non "per caso", ma durante uno scontro a fuoco al quale ha attivamente partecipato: e questo particolare è stato comunicato in ritardo allo stesso La Russa. Che ora si dice "arrabbiato" con i vertici militari.
L'avamposto è poco più grande di quello, lì vicino, in cui ha perso la vita Matteo. E' un mix tra Forte Apache e la Fortezza Bastiani, un accampamento nel nulla fatto di tende, fortificazioni e garitte protette da sacchetti di sabbia, proprio come quella dove il 31 gennaio Matteo è corso a dare manforte al suo compagno che era di guardia.
La Russa ne ispeziona una, parla con i ragazzi, si informa sul morale e, nonostante siano qui ormai dalla fine di agosto, nonostante i lutti subiti, trova dei soldati "stupendi".

Uno di loro, il capitano Maggioni, svolge poi un compito del tutto particolare: forse è il primo italiano a comandare due squadre di americani. Soldati 'particolari', che si mescolano con la popolazione locale, parlano la loro lingua (qualcuno li chiamerebbe infiltrati), organizzano attività umanitarie, con l'obiettivo di "conquistare il cuore e la mente" degli afgani, come dice il generale Petraeus.
Dunque, nonostante tutto, nella base 'Ice' la vita continua. C'è il panettiere tifoso del Napoli che aspetta stanotte per guardarsi la partita con la parabola e c'è chi, più d'uno, conosceva bene Matteo Miotto e non si vergogna di piangere ricordando il suo amico.
In una lastrina proiettata in un briefing riservato al ministro è stata mostrata una foto presa dall'interno della garitta, con una linea tratteggiata che arriva fino alla montagna di fronte: la distanza è un chilometro, da lì il cecchino ha sparato. Con lui c'erano "almeno quattro" altri insorti, quelli che sono stati uccisi dal bombardiere americano, "ma magari potevano essere 5, 6 o 8. Non lo sappiamo", dice il ministro.

"Sappiamo che è stato il cecchino con l'arma di precisione ad uccidere Matteo ma è possibile che sia stato accompagnato da quelli con le armi leggere. Di sicuro c'è stato uno scambio di colpi durato diversi minuti, al quale gli italiani e lo stesso Miotto hanno preso parte, reagendo con coraggio e prontezza".
Ebbene, "questa parte della notizia - sottolinea La Russa - nelle prime ore non mi è stata comunicata, non è stata ritenuto importante. Mi sono arrabbiato con i militari che non me l'hanno detta e quando, il 4 pomeriggio, mi è stato comunicato che c'era stato un conflitto a fuoco, prima di rendere noto il tutto ho voluto aspettare ieri per parlare personalmente con il generale Bellacicco, il comandante del contingente".
"Io mi sono fatto un'idea - dice il ministro - del perché la notizia non è stata data subito completa: è il riflesso di un vecchio metodo, di cercare di indorare la pillola della realtà dei fatti. Questo non appartiene. Bisogna voltare pagina rispetto a un passato che io, senza polemica, faccio risalire ai precedenti governi, forse perfino al primo governo Berlusconi, sicuramente al governo Prodi".
Secondo La Russa, "la situazione era oggettivamente complessa e ci sono molte attenuanti, ma io ho trovato un briciolo di quella vecchia impostazione per cui, tra le due cose, è meglio dire sì la verità ma senza allarmare. Io dico: la verità non allarma mai e, in questo caso, va detta fino in fondo prima di tutto per rispetto di Matteo Miotto, che non è morto per caso, ma è morto andando ad aiutare un suo compagno, sparando come era il suo dovere in quel momento e venendo colpito mentre partecipava a uno scontro a fuoco".
Al ministro è stato detto che gli sono state via via comunicate solo le notizie certe al cento per cento "e io lo prendo per buono, tant'è che non ci sarà nessuna conseguenza", assicura.

"Non voglio accusare qualcuno, ma voglio ribadire che la mia 'dottrina', chiamiamola così, è quella della massima trasparenza. Anche perché non c'è nulla da nascondere: non siamo attaccati perché siamo cattivi, ma perché stiamo facendo un lavoro importante, che comporta questo rischio. Adesso la ricostruzione della vicenda mi sembra completa e esauriente".
Di questo dà atto a La Russa lo stesso papà dell'alpino ucciso, che nei giorni scorsi aveva chiesto chiarimenti sulla dinamica dell'uccisione. 'Voglio ringraziare pubblicamente il ministro, che si è preso la responsabilità di raccontare come sono andati veramente i fatti. Questo gli fa onore", dice Franco Miotto.
"Io e il ministro siamo diventati buoni amici". Il senatore del Pd Ignazio Marino sottolinea però che la dinamica dei fatti era nota fin dal giorno dei funerali: "Il ministro La Russa - chiede Marino - spieghi perché è stato deciso di fornire una versione alterata dei fatti e perché siano dovuti passare diversi giorni per dire la verità".
Secondo il portavoce dell'Idv Leoluca Orlando, poi, "le affermazioni di La Russa sono gravissime. Affermare di essere stato informato tardi, oltre che essere un'accusa in stile scaricabarile verso l'intero corpo militare, è un'ammissione di colpa da parte dello stesso ministro". Entrambi i parlamentari chiedono che il ministro riferisca in parlamento.

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