Diario dall'Afghanistan: le foto
Afghanistan: L' ALBUM FOTOGRAFICO
Le foto dell'alpino ucciso

"Siamo il primo mezzo della colonna, ogni metro potrebbe essere l'ultimo, ma non ci pensi". Così Matteo Miotto, l'alpino ucciso in Afghanistan, raccontava la tensione delle perlustrazioni con il 'Lince' nella valle del Gulistan in una toccante lettera pubblicata dal sito on line del "Gazzettino", poche settimane dopo l'agguato in cui, il 9 ottobre, erano rimasti vittime quattro alpini del 7/O reggimento di Belluno. "La testa è troppo impegnata a scorgere nel terreno qualcosa di anomalo - spiegava Matteo - finalmente siamo alle porte del villaggio... Veniamo accolti dai bambini che da dieci diventano venti, trenta, siamo circondati, si portano una mano alla bocca ormai sappiamo cosa vogliono: hanno fame...".

Nella lettera, l'alpino di Thiene, ringraziava in Italia quanti "vogliono ascoltare i militari in missione, e ci degnano del loro pensiero solo in tristi occasioni, come quando il tricolore avvolge quattro alpini morti facendo il loro dovere". La missiva era stata accompagnata sul sito del quotidiano veneto da una foto di Matteo sulla torretta di un blindato, con in mano la bandiera tricolore sulla quale aveva aggiunto a pennarello 'Thiene'.

"Corrono giorni in cui identità e valori - proseguiva il militare vicentino - sembrano superati, soffocati da una realtà che ci nega il tempo per pensare a cosa siamo, da dove veniamo, a cosa apparteniamo...". "Come ogni giorno - diceva - partiamo per una pattuglia. Avvicinandoci ai nostri mezzi Lince, prima di uscire, sguardi bassi, qualche gesto di rito scaramantico, segni della croce... Nel mezzo blindo, all'interno, non una parola. Solo la radio che ci aggiorna su possibili insurgentes avvistati, su possibili zone per imboscate, nient'altro nell'aria. Consapevoli che il suolo afghano è cosparso di ordigni artigianali pronti ad esplodere al passaggio delle sei tonnellate del nostro Lince".

Matteo aveva anche parole di grande comprensione e ammirazione per la popolazione afghana. "Questi popoli di terre sventurate, dove spadroneggia la corruzione, dove a comandare non sono solo i governanti ma anche ancora i capi clan, questi popoli - sottolineava - hanno saputo conservare le loro radici dopo che i migliori eserciti, le più grosse armate hanno marciato sulle loro case: invano". "L'essenza del popolo afghano - rifletteva il giovane alpino – è viva, le loro tradizioni si ripetono immutate, possiamo ritenerle sbagliate, arcaiche, ma da migliaia di anni sono rimaste immutate. Gente che nasce, vive e muore per amore delle proprie radici, della propria terra e di essa si nutre".

"Allora - proseguiva la lettera - riesci a capire che questo strano popolo dalle usanze a volte anche stravaganti ha qualcosa da insegnare anche a noi". Ecco allora quel rapporto particolare che i militari italiani sanno creare nei paesi teatro delle missioni di pace: "Quel poco che abbiamo con noi - scriveva Matteo - lo lasciamo qui. Ognuno prima di uscire per una pattuglia sa che deve riempire bene le proprie tasche e il mezzo con acqua e viveri: non serviranno certo a noi. Che dicano poi che noi alpini siamo cambiati...". Già, lo spirito alpino, quello che faceva tornare Miotto a ripensare ai suoi dialoghi sulla guerra con il nonno. "Mi ricordo - scriveva - quando mio nonno mi parlava della guerra: 'brutta cosa bocia, beato ti' che non te la vedare' mai...' Ed eccomi qua, valle del Gulistan, Afghanistan centrale, in testa quello strano copricapo con la penna che per noi alpini è sacro. Se potessi ascoltarmi, ti direi 'visto, nonno, che te te si sbaia'...". Alla fine, la firma: "Caporal Maggiore Matteo Miotto Thiene (Vicenza) - Valle del Gulistan, novembre 2010".