Un minuto per i giovani dell’altro mondo

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Unicef premia film-maker di Paesi poveri che riescono a sintetizzare le proprie storie in video di 60 secondi. Racconti spesso amari e drammatici e immagini che invocano riscatto e speranza

di Raffaele Mastrolonardo

Il senso di solitudine di un adolescente  raccontato dalle Barbados, una lettera al padre perduto video-scritta da Antigua, una riflessione sull’importanza dell’acqua dal Tajikistan. Tutto in un minuto e tutto partorito dalla fantasia di autori sotto i vent’anni provenienti da Paesi in via di sviluppo.

Sono questi gli argomenti (e le relative traduzioni creative) che hanno colpito la giuria del premio OneMinutesJr, iniziativa finanziata dall’Unicef con l’obiettivo di fornire ai giovani di aree meno privilegiate del mondo i mezzi tecnici ed espressivi per raccontare le proprie storie e i propri punti di vista.

Per raggiungere lo scopo il progetto ha organizzato 10 seminari di 5 giorni in altrettante località del mondo. Dal Kosovo al Rwanda al Sudan passando per il Messico, ai ragazzi sono stati insegnati i principi di base della regia, del montaggio e della narrazione visiva in modo che potessero sintetizzare in un minuto di immagini, musica e parole stati d’animo, sogni e incubi.

E così Tolin Homido (“On the last drop”) ha potuto scegliere una musica angosciante per accompagnare una serie di bambini che raccolgono acqua, una goccia dopo l’altra, da due enormi cisterne evidentemente non troppo piene. Carlon Knight (“Dear Dad”) è ricorso al montaggio alternato per mettere in scena il presente di un ragazzo di 18 anni che si guarda allo specchio e il suo passato, quando il padre scomparso gli consegnò quello strano regalo con l’invito a “guardare oltre il tuo volto riflesso”. Mentre Ruth Henry (“I am alone now”) ha messo a frutto gli insegnamenti dei Workshop scegliendo l’ambientazione rigogliosa di una foresta tropicale per dare sfogo al conflittuale bisogno di solitudine di un’adolescente in fuga da un mondo che non la percepisce come lei effettivamente si sente.

Le storie raccontate nei video hanno spesso pieghe aspre e dure. Come quella messa in scena da Wolf Artem (“Mama”) dall’Ucraina che sintetizza in un minuto il racconto della vita difficile di un orfano. A scandire il passaggio del tempo un pallone da calcio che colpisce ripetutamente la schiena del ragazzino. Altrettanto forte la narrazione di uno stupro in Uganda di Swaba Tumisiime (“Let the past be past”) e la voglia di dimenticare (e perdonare) della giovanissima vittima.

Altri video di questi giovani film-maker usano le immagini per creare metafore. Come “Focus” di Ryan Forde dalla Guyana che segue il percorso di uno studente (si immagina) verso la scuola mentre attraversa strade piene di distrazioni e tentazioni: la sfida, per quelli come il protagonista, è rimanere concentrati sui proprio obiettivi e non distogliere lo sguardo dalle ambizioni che ci si è dati.

In altri casi, come in “Wailea River” di Eironi Slimanabure Tlele delle isole Fiji, si usano approcci ultraminimalisti: in questo caso una camera fissa segue lo scorrere di un fiume illustrando la sporcizia e l’inquinamento delle acque. Una scalcagnata barchetta di legno sempre nell’inquadratura e le voci dei bambini fuori campo lasciano immaginare molto del luogo in cui si svolge la scena, quasi come una panoramica. “Perdonali Signore perché non sanno quello che fanno” è l’epigrafe che chiude il video che suona come un monito al mondo degli adulti. Un’invocazione che potrebbe fare da amaro cappello a molte delle storie raccontate dai registi-bambini di OneMinutesJr.

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