Il Myanmar torna al voto. Ma senza Aung San Suu Kyi

Sostenitori di Aung San Suu Kyi protestano contro l'impossibilità per la leader democratica di partecipare alle elezioni
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Il 7 novembre nella dittatura militare si terranno le prime elezioni nazionali dal 1990. Sull'evento pesa l'assenza della leader dell'opposizione democratica e premio Nobel per la Pace, segregata agli arresti domiciliari

Per l'ex Birmania, oggi Myanmar, è un appuntamento storico ma sulle elezioni di domenica 7 novembre, le prime dal 1990 e dopo mezzo secolo di dittatura militare, pesa una grande assenza.
Anche questa volta Aung San Suu Kyi, la "Signora di Rangoon", leader dell'opposizione democratica e premio Nobel per la pace, sarà lontana dalle urne. La pasionaria rimarrà segregata nella sua casa sul lago Inya, dove è costretta agli arresti domiciliari, mentre i suoi seguaci cercheranno con ogni mezzo di boicottare un voto che si profila con molte ombre.

Le due principali forze dell'opposizione, il Partito democratico e la Forza democratica nazionale, hanno già lanciato pesanti accuse di brogli contro la giunta, affermando che i militari avrebbero raccolto voti in anticipo. Altre proteste si sono levate da parte di organizzazioni come la "Chin Human Rights Organisation", secondo la quale nel Chin, uno stato multietnico della Birmania occidentale, alcune sezioni elettorali sono
situate in corrispondenza di checkpoint militari. "Come può la gente sentirsi libera di votare se ci sono i soldati che la guardano?", ha denunciato il direttore dell'organizzazione, Salai Za Uk Ling.

L'appuntamento elettorale vedrà potenzialmente coinvolti 29 milioni di cittadini, chiamati a scegliere il nuovo Parlamento, da cui uscirà anche il nome del prossimo presidente, e le assemblee regionali.
Nonostante una legge contenuta nella nuova Costituzione del 2008 assegni il 25% dei seggi di diritto ai militari, per molti osservatori il voto di domenica può rappresentare un primo, importante passo verso la lenta democratizzazione del paese.


Di diverso avviso, i seguaci di Aung San Suu Kyi, l'icona dell'opposizione al regime che ha trascorso la maggior parte degli ultimi 20 anni agli arresti domiciliari. Nel 1990 la sua formazione ottenne una schiacciante vittoria nelle urne ma la giunta militare annullò i risultati, impadronendosi del potere con un colpo di Stato. I generali hanno impedito alla
"pasionaria" di candidarsi, facendo leva su una nuova norma che vieta a chiunque stia scontando una pena detentiva di appartenere a un partito politico e, dunque, di partecipare al voto. In segno di protesta, la leader birmana ha chiesto a gran voce l'astensione dalle urne, mettendo in difficoltà gli altri partiti dell'opposizione.

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