Cyberbullismo, YouTube non è un porto franco

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Una corte Usa ha obbligato Google a svelare le identità di utenti accusati di diffamazione sul portale di videosharing. E non è la prima: stalking, bullismo e altri comportamenti illeciti sono punibili in rete come altrove

di Gabriele De Palma

Sono finiti i tempi in cui tutto o quasi era tollerato online. Quando si poteva scrivere liberamente il proprio pensiero anche se questo era offensivo della dignità altrui. Anche se il luogo della pubblicazione è “solo” un blog o i commenti a un video o a un testo. Negli Usa una ex-modella poi diventata consulente aziendale è stata insultata su YouTube e accusata di essere una donna di facili costumi. Le offese provenivano da tre utenti resi anonimi dai loro nickname, rispettivamente Joeboom08, JimmyJean08 e GreySpector09.

La Franklin anziché soprassedere ha deciso di andare a fondo e attraverso le vie legali, appellandosi a un tribunale per conoscere l'identità dei suoi diffamatori. Il giudice – e questa è la notizia - ha intimato a Google, fornitore del servizio di condivisione video, di svelare i nomi, gli indirizzi e i numeri di telefono dei tre commentatori molesti. Il motore di ricerca non ha potuto far altro che acconsentire.

Non è il primo caso del genere. Negli ultimi dodici mesi sono almeno quattro le sentenze simili. Due riguardano poliziotti statunitensi, ingiuriati nei commenti alle notizie che li riguardavano riportate da testate locali online. Il terzo riguarda un'altra modella, Liskula Cohen, definita “Skank” e “ho” (altri sinonimi gergali per “donna di facili costumi”) da una blogger, poi identificata – previa richiesta del giudice a Google, titolare della piattaforma di blogging – in Rosemary Port. Quest'ultima ha però a sua volta fatto causa a Google per aver infranto la clausola dell'anonimato sottoscritta al momento della pubblicazione dei contenuti sul blog. Il quarto episodio ha quasi dell'incredibile e concerne il furto di identità a danno di un professore universitario di studi ebraici, Lawrence Schiffman, riguardo le tesi sui rotoli del Mar Morto, e pubblicate  online da un utente anonimo (poi rivelatosi essere il figlio di un suo collega)

Tra libertà di espressione e diffamazione l'equilibrio è sempre difficile da trovare ma sembra proprio che almeno la distinzione tra quello che succede in rete e quello che succede fuori stia svanendo nella pratica. Anche se dal punto di vista del diritto non c'è mai stata. “Non è mai esistita alcuna distinzione per quanto riguarda i reati tra mondo analogico e digitale – dichiara a Sky.it Oreste Pollicino, professore di diritto dell'informazione alla Bocconi - Addirittura una raccomandazione della Commissione europea risalente al 1996 chiarisce esplicitamente che ciò che è illegale fuori dalla rete lo è anche in rete. Internet non è uno schermo, un porto franco: non è necessaria alcuna legislazione apposita per determinare i diritti e i doveri sul web”.

E non di sola diffamazione ci si macchia in rete, altro reato tenuto sotto stretta osservazione è il tecno stalking, la persecuzione a sfondo sessuale che ha come teatro il web. L'associazione dei consumatori Adoc ha aperto uno sportello per le segnalazioni dopo i numerosi casi di stalking via social network segnalati nei mesi scorsi.

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