Afghanistan, 10 storie per sognare 1 futuro

Due uomini in motocicletta lungo una strada in aperta campagna nei pressi di Bagram (foto Sergio Ramazzotti/Parallelozero)
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Sergio Ramazzotti, il fotoreporter che ha accompagnato Fabio Caressa in Afghanistan, racconta il paese devastato dalla guerra in un libro. Leggi l'introduzione e guarda la raccolta di immagini

GLI SCATTI DI SERGIO RAMAZZOTTI

di Joseph Jean Lanza del Vasto


A prima vista, trascorso quasi un decennio da quella che, all'epoca, venne definita liberazione, l’Afghanistan sembra non avere raccolto altro che i frutti di trent'anni di guerre. Un paese ben lontano dal poter camminare con le proprie gambe (in senso letterale quanto metaforico: i mutilati dalle mine antiuomo sono oltre centomila), la corruzione un male cronico, il 46 per cento della popolazione sotto la soglia di povertà, il 70 per cento di analfabeti, i talebani che spadroneggiano su un terzo abbondante del territorio e un solo primato: con 157 mila ettari di terreni coltivati a papavero da oppio, il paese produce oltre il 90 per cento dell’eroina mondiale, un record assoluto anche per il suo stesso curriculum, ed è la patria di 180 mila tossicodipendenti fra cui 30 mila donne.

Se oggi la situazione in Afghanistan è quella che è, la responsabilità è anche nostra. Sono allergico alla guerra, ma ancor di più alla guerra combattuta stupidamente, senza preoccuparsi di far seguire i cannoneggiamenti da una campagna di ricostruzione, quella che nel 2002 tutti gli afgani attendevano e che, se fosse stata varata subito e su larga scala, avrebbe probabilmente conquistato buona parte dei cuori e delle menti. “I marines sono addestrati a combattere, non a costruire asili” dicevano i generali americani forti del sostegno morale del segretario alla Difesa Rumsfeld, e così si è lasciato che le cose andassero per conto loro, ovvero che tornassero lentamente al punto d’inizio, abbandonando gli afgani a se stessi e lasciando che i talebani si ricucissero le ferite, si riarmassero e rientrassero in scena più agguerriti che mai.

E tuttavia, da qualche tempo l’Isaf (la coalizione militare Nato che opera in Afghanistan) si è decisa a dedicarsi seriamente alla ricostruzione, il che comporta fare ancora una volta terra bruciata attorno ai talebani, guadagnarsi la fiducia della gente e infine, per l’appunto, gettare le nuove fondamenta del paese. È quanto stanno facendo i soldati italiani con cui, in uno dei viaggi che ho compiuto in Afghanistan fra il 2007 e il 2009, ho trascorso alcune settimane nelle basi di Farah, Musahi, Bala Murghab e Bala Baluk, che sono allucinanti avamposti bunkerizzati in mezzo a deserti circondati da montagne, dove si conduce una vita da topi (definirla da cani sarebbe un eufemismo), ci si lava quando capita (non sempre l’acqua abbonda) e si è costantemente sotto il tiro dei talebani.

Ciò che più mi ha colpito (avrebbe potuto facilmente trattarsi di una bomba di mortaio, ma per fortuna spesso sono imprecise) è stato lo spirito con cui i nostri soldati affrontano la missione che è stata loro affidata: lungi dall’essere coloro che sparano per primi, costruiscono moschee, scuole coraniche, edifici pubblici, e sono pure riusciti a convincere parecchi contadini a passare dalla coltivazione dell’oppio a quella dello zafferano, industriandosi poi per distribuirlo in Europa e dimostrando loro che potevano guadagnarci di più. In corso d’opera, quando necessario (cioè spesso) sparano, talvolta perdono la vita: inutile nascondere che si tratta sì di una missione di pace, ma, come sempre accade con le missioni di pace, si svolge in zona di guerra.

Vorrei però raccontare un episodio capitato a giugno del 2009, mentre ero al seguito dei paracadutisti della Folgore impegnati insieme all'esercito afgano in una distribuzione di doni – viveri, vestiti e giocattoli – in un villaggio poverissimo chiamato Mohsen Kalay, nei pressi di Farah. È un nome che non scorderò facilmente, poiché sarebbe potuto essere il posto dove sorgeva la mia lapide (o quella di qualche altro connazionale), se l’ordigno esplosivo da otto chili che i talebani ci avevano preparato come benvenuto lungo la pista, e sul quale siamo passati tutti all’andata, avesse funzionato come previsto.

Arrivati al villaggio, ci sono volute tre ore per convincere gli abitanti, poche dozzine di straccioni coltivatori di oppio alla mercé dei talebani, a prendere i regali. Gli anziani temevano la ritorsione: "Se accettiamo, i talebani verranno a saperlo presto" ci ha detto il capo villaggio "e per bene che ci possa andare bruceranno tutte le capanne". Mentre il consiglio dei saggi discuteva a gran voce su quale atteggiamento avere, sono stati i bambini a farsi avanti: è bastato che uno di loro, col coraggio dell’incoscienza, afferrasse il primo pallone colorato, perché tutti gli altri seguissero a ruota, e dopo di loro gli adulti.

In capo a pochi minuti il camion dei regali era vuoto. Prima che ce ne andassimo, il capo è venuto a congedarsi e ha detto: “Abbiamo preso tutti i regali. Ora vedremo che ne sarà di noi, ma siamo pronti. Consideratelo un atto di fiducia nei vostri confronti”. In Afghanistan, una frase del genere ha il valore di un assegno in bianco, non datato e coperto da un conto parecchio solido.

Gli abitanti erano schierati alle spalle del capo e le facce, di solito dure come la pietra, erano colme di gratitudine. Un momento, è grave se dico che mi pare di aver visto anche qualche sguardo di speranza? Quei contadini non sarebbero felici del nostro ritiro. Significherebbe tradire la loro fiducia, strappare l’assegno sotto i loro occhi. Si dirà: potrebbero essere gli stessi che domani scaveranno per seppellire un altro ordigno ai lati della strada. È possibile, a meno che non si dimostri loro che hanno più convenienza a lasciarci in vita che a ucciderci. Nel qual caso, quando i talebani ordineranno loro di scavare minacciandoli con le armi, lo faranno, piazzeranno la bomba, ma poi, di nascosto, verranno ad avvertirci per tempo dove si trova: come mi ha detto il comandante della base di Farah, è già successo in più di un’occasione.

Questa è una delle dieci storie raccontate nelle pagine che seguono. Come le altre nove, è la conseguenza del passato dell’Afghanistan, e al tempo stesso una delle pietre angolari del suo futuro. La prova, per quanto esigua, che la nazione, nonostante non abbia nulla, può ancora aspettarsi qualcosa. La disperazione non è non avere niente.

Quando in un paese risuonano le grida di bambini entusiasti per aver scoperto un nuovo sport, quando qualcuno investe risorse nei mutilati di guerra o nella cura dei tossicodipendenti, quando un ebreo vive grazie alla solidarietà dei vicini di casa musulmani, quando il governo trova il tempo di proteggere il patrimonio naturalistico, quando per le vie ricompaiono i turisti, quando una bimba viene strappata alla strada e le viene concessa l’opportunità di suonare il violino, quando un uomo rischia che appicchino il fuoco alla sua casa per aver alzato la testa contro un criminale (vale in Afghanistan come in Sicilia), allora quel paese non può dirsi perduto. E se un paese non può dirsi perduto, vale sempre la pena di lottare per il suo futuro.
Sono le espressioni che ho visto quel giorno di giugno sui volti degli abitanti di Mohsen Kalay a chiederci di farlo.

© Copyright 2010 Leonardo International

Tratto da Sergio Ramazzotti, Afghanistan 2.0. 10 storie, 1 futuro, Leonardo International, pp. 144, euro 29.

Sergio Ramazzotti è nato a Milano nel 1965. E' autore di centinaia di reportage da tutto il mondo apparsi sulle principali testate italiane ed europee. E' uno dei fondatori dell'agenzia foto giornalistica ParalleloZero.

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